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LE COMMEDIE DEGLI ALTRI

 

 


Introduzione6x6 mistero del cavoloAbbasso i maritiE girala la rotaFirenze-Trespiano e… viceversaGrazie nonnoLa bottega di SghioLa moglie bellaLa sposa e la cavalla


 

Introduzione

 

Non solo autore

Che ci crediate o no, io sono anche un attore di vernacolo. Di vernacolo, puntualizziamo, perché è tutta un'altra cosa rispetto all'essere attori per davvero. O almeno: c'è una certa differenza.

 

Di serie A e di serie B

Io sostengo da sempre che noi attori vernacolari siamo una categoria a: non potremo mai assurgere alle vette degli attori di serie A, quelli veri, a meno che non ci si dedichi specificamente a diventare come loro; però per fare le commedie nostre, quelle del vernacolo, siamo meglio noi. Perché, paradossalmente, siamo "meno bravi" di loro, e il pubblico che assiste riconosce in noi il dirimpettaio, l'edicolante, il barista dove prende tutti i giorni il caffè. Perché gli spettatori vedono sul palco delle persone che sono come loro, naturali e genuine, anche se non tanto bravi a recitare.

Gli attori bravi sono bravi, sicuramente: il meno bravo di loro è più bravo del più bravo di noi; ma quell'anima, quello spirito particolare del vernacolo non ce lo sanno mettere. Io ho visto qualche commedia in vernacolo recitata da attori professionisti, e vi posso dire in tutta sincerità che... non era un gran che. La commedia in vernacolo ha sempre un che di popolare, basso, agreste, casereccio che va mantenuto; invece la recitazione "vera" annichilisce tutti questi aspetti. E' un discorso paradossale, lo so io per primo, ma vi posso giurare che è così. Il vernacolo per essere vernacolo va fatto recitare ad attori di second'ordine come noi; se lo si fa fare ai professionisti non è più vernacolo. E non sa di niente.

 

Teatro, che passione

Che poi in fatto di pura passione noi di serie B non abbiamo niente da invidiare a quelli di serie A, beh, anche questo è un fatto assodato.

A me qualche volta è successo di aver udito una frase e di aver pensato "boia, avrei voluto dirlo io". Per inciso, è stato un evento del genere che, nella mia classifica personale, ha fatto guadagnare qualche centinaio di punti a quella che poi sarebbe diventata mia moglie: lei disse una frase e io pensai "ben detto, perché non è venuto a mente a me?"

Che c'entra, direte voi? C'entra, perché lo stesso si può dire per le righe che potete leggere qui sotto: sono tratte da una mail che ho ricevuto da una persona che ha la mia stessa passione per il teatro (forse di più) e che sintetizza perfettamente i sentimenti di tutti gli attori vernacolari (e non, probabilmente), me compreso. Prendete fiato e leggete.

"Amo il sacrificio delle prove, l'impegno dello studiare, il tempo perso ad immaginare quello che c'è al di là delle parole, delle espressioni, delle pause. Amo lo stomaco chiuso, i brividi, la tensione, il nervosismo, l'uggettina che ti porta a camminare ininterrottamente con il copione in mano. Amo l'odore dei mobili vecchi, del sipario polveroso, i rattoppi dei vecchi soprammobili, dei quadri. Amo tenere il pubblico in pugno, gli occhi che mi seguono, che capiscono chi rappresento appena dico la prima battuta. Amo i silenzi, gli applausi, i commenti, la presentazione finale, perché quell'inchino, preceduto dall'applauso solo per te, è quasi un prostrarsi, un ringraziamento profondo verso chi per due ore ti ha amato, detestato, rimproverato, deriso, compianto: ed è lì che capisci fino a che punto hai dato anima al tuo personaggio. Un amplesso che inizia con l'apertura del sipario, culmina in quell'applauso e sul più bello... chini il capo: la fine, la gioia, la soddisfazione, la fatica, la fame, il sonno, la voglia di rifarlo prima possibile, ancora meglio..."

Non sono parole mie, io non sarei mai riuscito a scrivere cose del genere; e tutte le volte che le leggo mi si velano gli occhi. Ma queste poche righe sono la sintesi perfetta, meravigliosa e spietata di cosa significa fare l'attore, al Sistina e sulla piazza del paesino in una sera di vento. Signore e signori, questo è il Teatro.

 

Insomma, queste commedie?

Bando ai sentimentalismi, torniamo al nocciolo del discorso: le commedie degli altri.

Da attore quale io sono, ovviamente non ho recitato solo commedie mie. Non so quanto questo possa farvi piacere, ma ho pensato di darvi conto delle commedie che ho messo in scena, tante volte foste interessati.

Inevitabilmente, questo elenco traccia anche un po' di storia delle compagnie di cui ho fatto parte negli anni: un modo per rivangare, non senza nostalgia, le cose belle cui ho partecipato in passato.

Qualunque cosa vi possano far pensare i miei commenti, una cosa vi dico: non rinunciateci. Manteniamole vive, queste opere, parliamone, portiamole sulle scene. Non le lasciamo a prendere polvere sugli scaffali o a dormire in un cassetto. Sono una parte della nostra cultura, sono parte di noi stessi.

 


 

6x6 MISTERO DEL CAVOLO

Emilio Caglieri

 

La commedia che la Nuova Compagnia Teatrale di Ponte a Elsa mise in scena nel 2000. Interpreti (e personaggi): Francesco Gelli (Pippo), Roberta Rossetti (Teresa), il sottoscritto (Nando), Silvia Sani (Pina), Dory Greco (Gisella), Claudio Serafini (Pellegro), Fabiano Morgillo (Rigo), Leonardo Morgillo (Gigi), Daniela degl'Innocenti (Lena), Erika Moscato / Elena Pellegrini / Lucia Marchetti (Maria), Gabriele Telleschi (Cecco), Barbara Fattori (la Chicchi), Gaetano Cirillo (Marcello); suggeriva Elena Latini, per la regia del gruppo. La trama narra delle peripezie di Pippo, accusato di un furto e rilasciato per mancanza di prove, per convincere parenti e amici della sua innocenza, mentre in realtà il furto l'ha commesso proprio lui; ma alla fine resterà con un pugno di mosche.

Secondo l'ordine alfabetico dei computer (la famigerata tabella ASCII, per chi mastica di queste cose), i numeri vengono prima delle lettere; ragion per cui è probabile che, in un elenco in ordine alfabetico come questo, un titolo del genere resti in cima alla lista.

Mai posto fu più immeritato. Questa commedia fu una delusione totale, su tutti i fronti. Anche sul mio, nel senso che di tutti i personaggi che ho fatto questo è quello che mi è piaciuto meno, proprio per come mi veniva. E tutta la commedia fu un... quasi fiasco. Oddio, i nostri applausi li prendevamo, le risate venivano, ma in confronto ad altre annate non c'era neanche da paragonare. Se è vero che per apprezzare le cose buone bisogna conoscere quelle cattive, alla fine della stagione 2000 nella Nuova Compagnia Teatrale di Ponte a Elsa eravamo tutti divenuti buongustai. Qui (e mi prendo la responsabilità di ciò che dico) non fummo tanto noi, quanto proprio il testo che non era un gran che. Forse un'altra Compagnia riuscirebbe a valorizzarlo per quanto merita, forse ci sarà chi riesce a trarne un successo, ma... Se questa non è una delle commedie più conosciute del grande Emilio Caglieri un perché ci sarà. Del resto, i grandi non sono tali perché fanno tutto grande, a volte qualcosa viene un po' più piccolo.

 


 

ABBASSO I MARITI

Tito Zenni

 

Tre atti messi in scena dalla Nuova Compagnia Teatrale di Ponte a Elsa nel 1993. Interpreti (e personaggi): il sottoscritto (Lorenzo), Barbara Fattori (Letizia), Mauro Fattori (Pergentino), Annalinda Fulignati (Sofia), Simona Bugetti (Coralla), Claudio Serafini (Ubaldo), Debora Mancini (Amelia), Dory Greco (Gemma), Tiziana Birindelli (Yvonne), Marco Piazzini (Avv. Pieralli); suggeriva Roberta Rossetti, regia di Mauro Fattori. La trama non è male: la gelosia causa un litigio fra una giovane coppia di sposi, e i tentativi dei genitori di lei e di una coppia di amici per far fare loro la pace scatenano una reazione a catena da cui si giunge quasi a un ammutinamento delle mogli.

Un finale forse un po' tirato per i capelli, ma la commedia funziona benone. E' stata la mia prima vera commedia da protagonista: a quello che mi dicevano me la cavai piuttosto bene. Riconosco che il merito fu anche di Mauro Fattori, che mi ha letteralmente insegnato tutto ciò che so in fatto di recitazione.

Memorabili i duetti miei con Barbara Fattori, degna figlia di tanto padre: sapevamo così bene il testo che durante le prove ci divertivamo a scambiarci le battute!

 


 

E GIRALA LA ROTA

Aurelia Nutini

 

La Nuova Compagnia Teatrale di Ponte a Elsa la mise in scena nel 1994. Interpreti (e personaggi): Marco Piazzini (Gigi), Claudio Serafini (Pippo), il sottoscritto (Nanni), Tiziana Birindelli (Diomira), Annalinda Fulignati (Clotilde), Barbara Fattori (Ines), Roberta Rossetti (Nunziatina), Dory Greco / Alessandra Mugnaini (Aida), Maurizio Masoni (il pittore), Gabriele Telleschi (il lattaino); suggeriva Sabrina Caparrini, regia di Mauro Fattori. La trama non è gran che: in una corte su cui si affacciano botteghe e usci di casa si intrecciano litigi amorosi e corteggiamenti, in un quadro pittoresco e divertente.

Se questi tre atti furono messi in scena il merito è tutto degli "operai", ossia di coloro che contribuirono a realizzare le scene. Fare una corte (con tanto di usci, pozzo e terrazzo praticabile al secondo piano) che fosse smontabile e trasportabile per le piazze non era cosa da poco, ma il buon Claudio Giovannoni (detto "Mastro Geppetto" o "Sciupalegno", a seconda dei casi) ci riuscì. La scena era uno spettacolo nello spettacolo, e buona parte dell'inaspettato successo che questa commedia riscosse si deve sicuramente a questo. Il testo, punteggiato da vari stornelli (da qui il titolo "E girala la rota", uno dei versi con cui cominciavano gli stornelli a braccio), non è comicissimo: Ines praticamente piangeva dall'inizio alla fine. Ma c'è tanta gente che dice che questa è stata una delle migliori commedie messe in scena dalla Nuova Compagnia Teatrale di Ponte a Elsa.

Per inciso, la stagione quell'anno fu... funestata da un infortunio capitato a Dory Greco, che subito dopo la "prima" non trovò di meglio che fare a zuccate fra la sua Panda e un pino, ritrovandosi con femore e ginocchio rotti; ma la sostituta, Alessandra Mugnaini, non ebbe di che far rimpiangere la titolare.

Da ricordare infine l'apporto della Ragnoloni Blues Band, che arrangiò gli stacchetti musicali che introducevano e chiudevano le scene. In questa commedia ho capito quanto essi siano importanti e in tutte quelle che ho messo in scena dopo ho sempre cercato di non farne a meno.

 


 

FIRENZE - TRESPIANO E... VICEVERSA

Emilio Caglieri

 

Classico del teatro fiorentino, messo in scena dalla Nuova Compagnia Teatrale di Ponte a Elsa nel 1996. Interpreti (e personaggi): Gabriele Telleschi (Vasco Piselli), Roberta Rossetti (Gemma Torresi), Massimo Valori (Oscar Montani), Tiziana Birindelli (Nella Montani), Lorenzo Moscatelli (Menotti Piselli), Dory Greco (Norina), Marco Piazzini (Cesare Pallanti), Annalinda Fulignati (Adele), Maurizio Masoni (Amberto Colucci), Barbara Fattori (Rosetta), Fabiano Morgillo (il dottore), Michela Neri (Teresa); per un po' suggerì Maria Alfieri, poi sostituita da Barbara Fattori e da Mauro Fattori, anche regista.

Quasi superfluo raccontare la trama di questi tre atti: due vedovi si risposano e generano gelosie e dissapori tra i rispettivi eredi, tanto da far entrare il loro matrimonio in crisi; alla fine però si chiariscono e si rendono conto che, come dice il detto, parenti e parenti fa centoventi.

Il mio personaggio, anche se non faceva parte dei protagonisti veri e propri, ebbe un grande successo perché ne feci la copia del "Battistino" de "La sposa e la cavalla" (cfr.): ero in una botte di ferro.

La commedia andò bene, ma non così bene come ci si poteva aspettare. Niente da dire sul testo, perfetto in ogni singola battuta; probabilmente fummo noi ad incappare in un'annata un po' storta. Nonostante questa sia una di quelle commedie dotate di un rash finale coinvolgente e appassionante, nelle nostre rappresentazioni mancava quel certo non so che, non si riusciva a coinvolgere il pubblico più di tanto. Ripeto e ribadisco: fummo noi a mancare in qualche cosa; che diamine, mica tutte le ciambelle riescono col buco. Come commedia in sé, invece, questa si può considerare un assegno in bianco.

A conferma dell'annata storta ci fu anche l'incresciosa defezione della suggeritrice titolare, che a stagione iniziata si dichiarò inadatta al ruolo e si fece da parte, lasciandoci con una gatta da pelare niente male; sopperimmo così con Barbara Fattori nei primi due atti e con lo stesso regista nel terzo.

 


 

GRAZIE NONNO

Luciano Baroni

 

Era il 1995 quando la Nuova Compagnia Teatrale di Ponte a Elsa la mise in scena. Interpreti (e personaggi): Mauro Fattori (Radames), Annalinda Fulignati (Giulia), Tiziana Birindelli (Tosca), Barbara Fattori (Aida), il sottoscritto (Gaetano), Marco Piazzini (Girello), Gabriele Telleschi (il fattore), Giuseppe Ramazzotti (Armando), Lorenzo Moscatelli (l'ingegnere), Roberta Rossetti (Zelinda), Dory Greco (Lucia); suggeriva Sabrina Caparrini, regia di Mauro Fattori. La trama è piuttosto originale: un nonno muore inguaiando la propria famiglia, ma dall'aldilà, attraverso un quadro che lo ritrae, condurrà tutti alla prosperità e alla meritata felicità.

Non amo troppo le commedie "moderne". Per me hanno tutte qualche difetto: o sono sboccate, o hanno una trama insignificante, o non fanno ridere. Questa fa eccezione: non è una cannonata, ma il suo onesto compito lo svolge tutto, e il nonno nel quadro al terzo atto è una trovata originale e molto divertente.

Io avevo la parte di Gaetano, una parte che mi sentivo proprio tagliata addosso, anche se questo personaggio nell'intreccio non ha una funzione basilare.

Alla "prima" a Ponte a Elsa avemmo anche l'onore di ospitare l'Autore della commedia, che ci ricoprì di lodi e ringraziamenti, addirittura per iscritto. Lui e le persone che lo accompagnarono si sbellicarono dalle risate, tanto che molti si domandarono come fosse possibile che soprattutto lui ridesse tanto su battute e freddure che aveva scritto egli stesso. Da Autore quale anche io sono posso confermarvi che è perfettamente normale.

Consentitemi una piccola digressione per spiegare la cosa. Un Autore identifica le cose comiche da quelle che non lo sono perché le prime lo fanno ridere, le seconde no. E' un concetto lapalissiano, d'accordo: ma è anche la spiegazione al dubbio di cui sopra. Se io scrivo per far ridere, scrivo cose che fanno ridere innanzitutto me, e che mi faranno ridere nei secoli dei secoli: che c'è di strano se quando le rivedo mi viene da ridere? Io rileggo le mie commedie, e rido (e piango) come la prima volta che le ho lette, e sarà così per sempre.

Fine della digressione.

 


 

IL CASTIGAMATTI

Giulio Svetoni

 

Messa in scena nel 1992 dalla Nuova Compagnia Teatrale di Ponte a Elsa. Interpreti (e personaggi): Claudio Serafini (Giovanni Chiari), Annalinda Fulignati (Ortensia), Sabrina Castellani (Gaetana), Monica Salvadori (Bianca), Fabio Cappelli (Gastone), Debora Mancini (Giana), Marco Piazzini (Michele), Dory Greco (Rosa), il sottoscritto (Comm. De Belli), Fabio Cioffi (Cav. Sansoni); suggeriva Alberto Alderighi, regia di Mauro Fattori. La trama è una lezione di vita assolutamente fuori di moda ai giorni nostri, ma godibile ed esilarante: due sorelle, una l'acquasanta, l'altra il diavolo, che si sposano e cambiano entrambe da così a così per merito (e demerito) dei rispettivi mariti, con un finale nel quel entrambe dichiarano di sottomettersi ai voleri dei rispettivi coniugi. In pratica, la negazione dell'emancipazione femminile.

Il mio personaggio era piuttosto marginale (testimone alle nozze di una delle sorelle), ma feci del mio meglio per caratterizzarlo quanto più possibile, con discreti risultati.

E' una commedia in quattro atti e nel terzo la scena è diversa rispetto agli altri tre. Due motivi questi che non ne farebbero la classica commedia "da piazza"; noi però la mettemmo in scena molte volte, riscuotendo dovunque un cospicuo successo. Fu la commedia che consacrò definitivamente la Nuova Compagnia Teatrale di Ponte a Elsa.

Questioni di carattere scenografico a parte, nel mettere in scena questa commedia conviene stare attenti alla mentalità su cui essa è costruita. Non che si rischi una manifestazione antifemminista all'uscita del teatro; ma lo spettatore che la segue potrebbe aspettarsi un evolversi degli eventi differente, potrebbe rimanere disorientato. E' un problema, questo, che si ritrova anche in altre commedie di questo tipo, le quali riflettono inevitabilmente il modo di vivere e pensare del tempo in cui gli Autori le scrissero. In casi di questo tipo una piccola presentazione agli spettatori o due righe scritte su un foglietto da distribuire prima della rappresentazione potrebbero essere utili.

 


 

LA BOTTEGA DI SGHIO

Giovanni Bongini

 

La Nuova Compagnia Teatrale di Ponte a Elsa la mise in scena nel 1997. Interpreti (e personaggi): Annalinda Fulignati (Bettina), Barbara Fattori (Amelia), Marco Piazzini (il sor Lorenzo), Gabriele Telleschi / Fabiano Morgillo (Astianatte), il sottoscritto (il Gobbo), Gaetano Cirillo (Poldino), Fabiano Morgillo / Claudio Serafini (il sor Anchise), Beatrice Martelli (Costanza), Dory Greco (Caterina), Barbara Antonini (Agnese); suggeriva Roberta Rossetti, regia di gruppo.

Una bella figliola, per una pena d'amore, prima illude e poi delude un signore brutto come la fame (Sghio, appunto), ma buono come il pane; tanto buono che alla fine, rendendosi conto della propria situazione, risolve addirittura la pena d'amore della bella figliola e... ne riceve anche una ricompensa. L'intreccio traballa un po', per la verità, ma dà luogo ad un finale esilarante come pochi ne ho visti.

Io facevo il gobbo, il caratterista per eccellenza della commedia, e mi sono divertito un mondo a farlo. C'era (c'era per me che l'ho fatta nel '97, ma c'è ancora, eh...) una battuta verso la fine che attendevo per tutta la commedia: si creava una suspense tale che non volava neanche una mosca e tutti pendevano dalle mie labbra. Uno dei miei ricordi più cari da attore è quell'attimo di silenzio. Strano, eh?

Molti sostengono che questa commedia sia stata l'apice della vita della Nuova Compagnia Teatrale di Ponte a Elsa, il nostro più grande successo: anch'io sono fra questi. Vero è che il merito fu della commedia, prima di tutto, ma fummo bravi anche noi. E più di tutti lo fu Marco Piazzini, che interpretò il sor Lorenzo (Sghio, proprio lui) come meglio non si sarebbe potuto. Chi non l'ha visto non può figurarselo.

 


 

LA MOGLIE BELLA

Bruno Carbocci

 

Messa in scena nel 1991 dalla Nuova Compagnia Teatrale di Ponte a Elsa. Interpreti (e personaggi): Claudio Serafini (Serafino Barattini), Daniela Degl'Innocenti (Angiolina), Monica Salvadori (Iride), Dory Greco (Ortensia), Sabrina Castellani (Lionella), Anna Bianconi (Catera), Fabio Cappelli (Beppino), Annalinda Fulignati (Maruzza), il sottoscritto (Alberto Miserocchi), Marco Piazzini (il sor Giovanni), Debora Mancini (Giulia), Carlo Bartalucci (Marcantonio Crepetti); suggeriva Alberto Alderighi, regia di Giuliano Ugolini.

Tre atti incentrati sul matrimonio del rampollo di famiglia con una bella signora del sud, che suscita gelosie e dicerie ingiuste sul suo conto, tanto da spaccare la famiglia in due; la tensione si inasprisce fino all'epilogo finale, quando tutto si risolve per il meglio.

Io recitai la parte del promesso sposo di Iride, che ci prova con la moglie bella e resta scornato. Mi presi anche uno schiaffo niente male: la mia amica Annalinda non scherzava, nemmeno durante le prove!

E' la prima commedia che mi ha visto coinvolto. Io la trovo un'ottima commedia, ma questo potrebbe non essere un giudizio imparziale. Essa infatti tenne a battesimo la Nuova Compagnia Teatrale di Ponte a Elsa ed ebbe, come la maggior parte dei debutti di questo tipo, un grande successo. Ma sapete com'è, in questi casi il pubblico è composto per la maggior parte da parenti, amici, eccetera: gli applausi e le risate non mancano mai, basta presentarsi sulla scena e dire due parole che tutti crepano dal ridere. Dovrei vederla fatta da un'altra compagnia per dare un giudizio veramente super partes. In ogni caso, noi nella nostra rappresentazione potemmo contare su un personaggio fenomenale, ossia il sor Giovanni, che ebbe un successo strepitoso.

Anche questa commedia risente in parte del problema di cui ho fatto riferimento ne "Il castigamatti" (cfr.): infatti Maruzza, la moglie bella, alla fine perdona un marito che tutto ha fatto fuorché cercare di farsi perdonare; ma si torna sempre lì, è la mentalità di settant'anni fa: oggi una Maruzza che si rispetti avrebbe chiesto la separazione!...

 


 

LA SPOSA E LA CAVALLA

Nino degli Orasi

 

Farsa in un atto, messa su dalla Nuova Compagnia Teatrale di Ponte a Elsa per la prima volta nel 1993, e riproposta più volte negli anni con formazioni diverse; spero di ricordarmi tutti gli interpreti (e i personaggi): Mauro Fattori / Francesco Gelli (Timoteo), il sottoscritto (Battistino), Monica Salvadori / Barbara Fattori (Eufemia), Roberta Rossetti / Annalinda Fulignati / Elena Latini (la serva); impossibile tenere il conto di tutti quelli che l'hanno suggerita, quasi sempre per la regia di Mauro Fattori.

La trama gioca sugli equivoci: un giovanotto va a chiedere la mano di una ragazza, e il padre pensa che sia venuto a comprare una cavalla; questo malinteso ne genera un'infinità di altri, fino all'immancabile lieto fine.

Battistino è, fu, sarà il mio cavallo di battaglia: la prima parte importante che ho ottenuto, il personaggio che sarei pronto a rifare in qualsiasi momento, la mia migliore interpretazione. Tutti lo dicono, non a caso l'unico interprete che non è cambiato mai sono io. Secondo me è una scenetta esilarante, ma... crepi la modestia, bisogna vedere se avete tra le mani un Battistino come me.

 


by Massimo Valori 2013