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IL COPIONE DI GAVENEIDE

 

 


La scena

Una scrivania con una sedia, sulla sinistra; un’altra sedia in disparte. Una poltrona sulla destra. Entrate a sinistra e a destra, dalle quinte.

Al levarsi del sipario Filippo, un ragazzo, è seduto al tavolo, scarabocchiando svogliatamente. La madre sta spazzando la stanza, osservandolo ogni tanto.

Stacchetto musicale a piacere; volendo, anche nulla.


 

SCENA 1: Filippo e la madre.

Mamma: Filippo, che 'un le fa' le lezioni?

Filippo: (non risponde)

Mamma: Oh, Filippo! Dico a te!

Filippo: Eh?

Mamma: Le lezioni! L’ha' bell’e finite?

Filippo: Un po’ sì.

Mamma: Come “un po’”? L’ha' finite o no?

Filippo: No.

Mamma: Eh?

Filippo: No, mamma.

Mamma: E allora che aspetti? Fra poco fo cena!

Filippo: (non risponde)

Mamma: Mah. 

(Pausa)

Filippo: Mamma.

Mamma: Che?

Filippo: Sai nulla te della storia di Gavena?

Mamma: Della storia di Gavena?

Filippo: Eh. Ne sai nulla te?

Mamma: Ma... Che storia?

Filippo: Che storia, mamma, la storia! Com’è nato il paese, se ci è successo qualche cosa di strano, di importante...

Mamma: E a che ti serve?

Filippo: La professoressa vuole che ci si informi sulla storia del posto dove siamo nati. E domani c’interroga. E vuole sapere anche degli aneddoti, degli avvenimenti storici...

Mamma: Io... Bah, nini, che vuoi che sappia io... Guarda sui libri!

Filippo: Sì, i libri... Che vuoi che ci sia sui libri, non c’è nulla! Come fa a esserci la storia di Gavena sui libri! Non c’è nemmeno quella di Cerreto...

Mamma: Guarda se c’è quella d’Empoli...

 Filippo: A parte che non c’è nemmeno quella d’Empoli...

Mamma: (interrompe) Allora quella di Firenze.

Filippo: Ma io dove sono nato?

Mamma: A Empoli, all’ospedale.

Filippo: Va bene, ma sono di Gavena, sto a Gavena, sono un Gavenese, no? E allora se devo raccontare la storia e gli aneddoti del mio paese devo parlare di Gavena!

Mamma: E dove pensi di trovarle tutte codeste cose?

Filippo: Mamma, se lo sapevo non l’avevo domandato a te.

Mamma: Tu hai ragione anche te. (pausa) E allora tu studi quella di Firenze e tu gli dici alla professoressa “Io sto a Gavena, Gavena è in provincia di Firenze, io so la storia di Firenze”!

Filippo: Sarebbe come se dicessi “Il mio babbo ha una macchina, la macchina è una Fiat, il mio babbo ha la Fiat!” O mamma, via...

Mamma: O racconta la storia di Cerreto... Quella è bella, eh, gli dici di quando ammazzarono Isabella nella villa...

Filippo: Sì, diamine... Ora mi metto a parlare di morti a scuola...

Mamma: Allora racconta di Empoli... Se vuole sapere degli avvenimenti storici, tu gli dici che a Empoli facevano volare i ciuchi!

Filippo: E a Gavena che facevano volare?

Mamma: (stufa) Gli aquiloni!...

Filippo: Mamma, in classe mia di Gavena ci sono solo io; e se devo raccontare una storia, io voglio raccontare la mia, quella del paese mio, Ga-ve-na!

Mamma: Fai come ti pare.

(Altra pausa. La mamma continua per qualche attimo a spazzare, mentre Filippo si mette a osservare il foglio che ha davanti, pensieroso, svogliato, con la testa appoggiata alla mano, gli occhi bassi. La mamma lo osserva per un altro po’.)

Mamma: Stasera per primo volevo fare gli gnocchi di patate. Come li vuoi? Al pomodoro?

Filippo: (non risponde, come se dormisse)

Mamma: Mah, io te li fo al pomodoro, eh... (esce a sinistra)

(La scena resta vuota per qualche attimo. Filippo non si muove.)

 

SCENA 2: Filippo e l’Etrusco.

Etrusco: (entra dalla sinistra, si guarda intorno; vede Filippo seduto, gli si avvicina; gli mette una mano sulla spalla)

Filippo: (si riscuote) Sì, gnocchi di patate al pomodoro, va bene...

Etrusco: (stupito) Che hai detto?

Filippo: (si volta, vede l’Etrusco, fa un urlo e balza in piedi)

Etrusco: (si spaventa anche lui, va verso destra)

Filippo: Chi... chi cercava? La mia mamma è di là.

Etrusco: No, no...

Filippo: Noi non si compra nulla, eh?

Etrusco: Non voglio vendere niente, non sono qui per questo.

Filippo: E allora... Che vuoi?

Etrusco: Sono venuto per te.

Filippo: Per me?

Etrusco: Non eri te che volevi sapere della storia del tuo paese?

Filippo: Sei venuto per raccontarmela?

Etrusco: Beh... Ecco...

Filippo: (contento) Sei venuto per raccontarmi la storia di Gavena?

Etrusco: (non capisce) Ga?...

Filippo: Gavena.

Etrusco: Gavena. Ah, si chiama così?

Filippo: (deluso) Sei venuto per raccontarmi la storia di Gavena e non sai nemmeno come si chiama? E si va benino!

Etrusco: Quando c’ero io ancora non si chiamava così.

Filippo: Perché, o quand’è che c’eri te?

Etrusco: Un... po’ di tempo fa. (si avvicina a Filippo) Ma in che modo strano sei vestito!

Filippo: Bah, o te? Ma che ti sei visto? Sembri un chierichetto!

Etrusco: Chi sembro?

Filippo: Un chierichetto! Quelli che servono la Messa!

Etrusco: Anche le parole che usi non le capisco. Anche prima: “gnocchi”, “patate”, “pomoduro”...

Filippo: Pomodoro.

Etrusco: Non capisco.

Filippo: Non capisci i pomodori?... Ma, scusa eh, te chi sei?

Etrusco: Io sono un Etrusco.

Filippo: Chi?

Etrusco: Un Etrusco. Sai chi erano gli Etruschi?

Filippo: Gli Etruschi! Quelli con... Quelli di... Gli Etruschi!...

Etrusco: Eccomi qui.

Filippo: Siete voi che avete fondato Gavena?

Etrusco: Insomma, diciamo... Diciamo che s’era da queste parti, ecco.

Filippo: Ma qui, in paese?...

Etrusco: (scruta davanti a sé, come per ricercare un posto che ricorda) Vedi... Non vorrei darti una delusione, ma... Il fatto è che noi Etruschi ci trovavamo certamente da queste parti, però... Sono passati tanti anni, non è che mi ricordi tanto bene se eravamo qui o da un’altra parte. Però ci s’era.

Filippo: (deluso) E che storia è?

Etrusco: (allarga le braccia) Purtroppo non posso essere più preciso di così. Ma è probabile che i primi abitatori di questi posti siano stati degli Etruschi come me.

Filippo: E poi?

 

SCENA 3: Filippo, l’Etrusco e il Romano

Romano: (entra da sinistra) E poi semo arivati noi.

Filippo: Voi chi?

Romano: Noi, i Romani de Roma. (all’Etrusco) A Etru’, vedi d’annattene, va’... Smamma, deambula!

Etrusco: Vedi? Arrivarono loro e andammo via noi.

Filippo: E allora?

Etrusco: E allora vado via anch’io. Addio, giovane amico. Vorrei esserti stato più d’aiuto, ma...

Filippo: T’è rimasto i pomodori qui (indica lo stomaco)

Etrusco: Pomo... duri?...

Filippo: Pomodoriiii!

Etrusco: Pomo... dori!...

Filippo: Oh, bravo!

Etrusco: (esce a destra, ripetendo) Pomo-dori, pomo-dori...

Filippo: (al Romano) E te saresti un Romano?

Romano: E te credo! (si pavoneggia) Che nun se vede?

Filippo: Si sente, più che altro!... Allora voi Romani eravate a Gavena?

Romano: A regazzi’... Roma era dapertutto. “Roma caput mundi”. Che nun ce lo sai?

Filippo: Lo so, ma... Dico, allora Gavena l’avete fondata voi?

Romano: Noi avemo fondato città in ogni parte der monno! Er Sacro Romano Impero, ci hai presente? Tutto de Roma era!

Filippo: Ho capito!... Ma eravate anche qui o no?

Romano: E come no! Roma dominava tutto er monno!...

Filippo: (stufo) Uffaaa... Ma Gavena chi l’ha fondata?

Romano: Gavena? Che d’è?

Filippo: Il nome del mio paese. Qui, dove ora sei anche te, siamo a Gavena, capito?

Romano: Gavena. Nun me la ricordo ‘na provincia dell’Impero co’ ‘sto nome.

Filippo: Ma che provincia! E’ un paese, un villaggio!

Romano: Ah, è un villaggio!

Filippo: Ecco. E lo sai chi l’ha fondato?

Romano: No.

Filippo: Come no!

Romano: A regazzi’, nu’ lo so! Vatte a ‘nforma’.

Filippo: A informarmi? Dove?

Romano: A Roma.

Filippo: E dagliela. Oh, ma siete proprio fissati, eh!

Romano: Ner core ci avemo un amore solo: Roma!

Filippo: Senti, ma te sei per la Roma o per la Lazio?

Romano: Che?

Filippo: Sei romanista o laziale? Giallorosso o biancoceleste?

Romano: Ma che vordi’?

 

SCENA 4: Detti e Meo

Meo: (entra da destra) Filippo!

Filippo: Oh.

Meo: Non fare domande stupide. Che vuoi che sappia lui del calcio?

Filippo: Come, o se dicono che alle terme di Caracalla...

Romano: (interrompe) ... Li Romani giocaveno a palla! Bravo, regazzi’! Me sei simpatico!

Filippo: Sentito?

Meo: Cerchiamo di non fare confusione. Ora ti spiego tutto io.

Filippo: E te chi sei?

Meo: Io son Meo.

Filippo: Meo? (ride) Che nome buffo! Un mio amico ha un gatto che si chiama Meo!

Meo: Filippo, non fare lo spiritoso.

Romano: A Me’, stamo a scherza’...

Filippo: Come fai a sapere che mi chiamo Filippo?

Meo: Io so tutto, caro Filippo.

Romano: ‘Anvedi. E’ arivato lo stinco de santo!

Meo: Bravo. Questa è la prima cosa giusta che hai detto. Ma non uno stinco solo: uno stinco, quell’altro, le gambe, il busto, tutto. Tutto Santo, da capo a piedi.

Filippo: Santo?... Te.... Te saresti un Santo?

Meo: No, non sarei. Sono.

Filippo: San Meo?... O che Santo è?

Meo: Filippo! Meo è un diminutivo. E’ il diminutivo di...

Romano: Bartolommeo!

Meo: Ecco, bravo.

Filippo: Bartolomeo... (si riscuote) Bartolomeo? San Bartolomeo? Te sei San Bartolomeo?

Meo: Davvero.

Filippo: San Bartolomeo... Oh, noi a Gavena ti si vuole bene, sai? Sei... Sei il nostro Patrono, tutti gli anni ti si fa la festa!

Meo: Lo so, lo so. Vengo sempre a vedere la festa che mi fate.

Filippo: Davvero? Vieni a vedere?

Meo: Certamente. Non sono mai mancato.

Filippo: Chissà Dino come sarà contento!

Romano: Santo?... Ma che gnente gnente te sei de quelli che dicono che Dio è uno, che deve veni’ er Sarvatore, e tutte quelle storielle che se sente a Roma?

Meo: Storielle saranno quelle che raccontate voi! Noi portiamo la parola di Dio.

Romano: A Me’, nun ce semo. Nun ce semo proprio. Ma come fate a di’ che Dio è uno? Ma dico io, come fa un Dio solo a occupasse de tutto? Come fa a pensa’ a tutto lui? E’ ‘na teoria che nun regge, Me’, nun regge!

Meo: (a Filippo) Glielo spieghi te o glielo spiego io?

Filippo: Ma che gli vuoi spiegare! Questo è scemo. E’ di Roma e non sa neanche se è laziale o romanista!

 

SCENA 5: Detti e Annibale

Annibale: (entra da destra, risoluto) Perdonate!...

Romano: (vede Annibale; è terrorizzato; fra sé) Annibale?... Oddio! Aiuto! Aiutooo!... (esce correndo a sinistra)

Filippo: Chi è?

Annibale: Sto cercando la strada per andare a Roma!

Filippo: Ah, c’è qui lui che... (si volta per cercare il Romano, ma non c’è più; fa per andare a cercarlo) O dov’è andato?

Meo: (afferra Filippo e lo riporta indietro; gli farà ripetutamente segno di stare zitto)

Annibale: Voi sapete come si fa per andare a Roma?

Filippo: Facile! Segue le frecce per Ponte a Elsa, poi piglia la superstrada, esce a Signa e...

Meo: (interrompe, dando uno scappellotto a Filippo) No, ci dispiace, non sappiamo da che parte sia.

Annibale: (li guarda un po’, minaccioso) La troverò da solo. Potete scommetterci che la troverò! (esce a destra)

 

SCENA 6: Filippo e Meo

Filippo: (toccandosi la zucca) Ahia. M’hai fatto male! Ma chi era quello?

Meo: Quello? Era Annibale.

Filippo: Annibale? E sai era un po’ che non lo vedevo! Com’è cambiato!

Meo: Non quell’Annibale lì! Quello degli elefanti!

Filippo: Lavora al circo Orfei?

Meo: No! Quello che venne dalle Alpi e andò a conquistare Roma!

Filippo: Ah, lui? O che passò da Gavena?

Meo: Pare. Valicò le Alpi, poi passò la Pianura Padana, gli Appennini, attraversò la Garfagnana e guadò l’Arno da queste parti. E pare che poi sia passato di qui.

Filippo: Pare.

Meo: Pare.

Filippo: Pare, pare! Sempre pare!... Ma che storia sgangherata è questa? Pare che ci fossero gli Etruschi, pare che ci fossero i Romani, pare che ci fosse Annibale, ma che lavoro è?

Meo: Ti capisco, Filippo, ma non ci si può fare niente. La storia di Gavena è così. Reperti storici da queste parti se ne sono trovati pochi, e su quei pochi che si sono trovati si possono fare solo delle ipotesi.

Filippo: Ma non c’è stato nessuno che ha lasciato degli scritti, delle memorie, nulla? Qualcosa come... che ne so, la storia di Romolo e Remo...

Meo: Come vuoi che a qualcuno possa essere venuto in mente di scrivere la storia di un villaggiuccio come Gavena? Roma era un’altra cosa! Era una città importante...

Filippo: (interrompe) Lo so, lo so, me l’ha bell’e detto quello di prima! Ma dico io, quando l’hanno fondata, Roma, che ne sapevano di quello che sarebbe diventata? Perché a Roma c’era uno lì a vedere che s’è ricordato tutto e a Gavena no?

Meo: (si stringe nelle spalle)

Filippo: Non lo sai nemmeno te, eh?

Meo: Probabilmente sono tutte... fandonie. Insomma, storie inventate dopo, per magnificare la memoria della città. Sono supposizioni, come quelle che si sono fatte per Gavena. Solo che per una città come Roma, che poi è diventata quello che è diventata, ci sono stati fior di studiosi e storici che se ne sono occupati, un po’ ricercando, un po’ trovando, un po’... inventando; per Gavena, invece, non c’è stato nessuno che ci abbia pensato seriamente.

Filippo: Non è mica giusto.

Meo: No, non è giusto. Hai ragione. E proprio per questo il tuo desiderio diventa importante. E’ bello che un ragazzo come te si sia domandato quali fossero le origini del suo paese, del posto dov’è vissuto e cresciuto. E’ una cosa che ti fa onore. E per questo io e tutti quelli che sono venuti prima abbiamo deciso di aiutarti: ma come hai visto anche da te, non è una cosa semplice.

Filippo: Ma la storia di Gavena sarà pure cominciata da qualche parte.

Meo: Quello che si sa di certo è che qui, fin da prima dell’anno mille, c’era un insediamento. Cioè, della gente che ci abitava.

Filippo: Insomma, c’era Gavena.

Meo: Ora, non pensare che ci fosse un gruppo di case e un cartello sulla strada con scritto “Gavena”. A quei tempi i villaggi non erano fatti come i paesi di oggi. La definizione più giusta è “da queste parti viveva il popolo di San Bartolomeo a Gavena”, ecco.

Filippo: E perché proprio da queste parti? Voglio dire, che cosa c’era di speciale qui, per farci stare il... come si chiamava...

Meo: Popolo di San Bartolomeo a Gavena.

Filippo: Ecco.

Meo: Potrebbero esserci stati diversi motivi: la vicinanza alla strada maestra, o all’Arno... Magari da queste parti c’era un guado. Oppure... Oppure poteva esserci una cava.

Filippo: Una cava?

Meo: Secondo gli studiosi, il nome Gavena deriva proprio dalla parola “cava”. E’ probabile che da queste parti ce ne fosse una.

Filippo: Una cava di che?

Meo: O Filippo, non si sa... Non si è nemmeno sicuri che ci fosse per davvero! Quello di cui siamo certi è che qui c’era il...

Filippo: (interrompe) Popolo di San Bartolomeo a Gavena, ho capito. E... di sicuro non c’è altro?

Meo: C’è che questo popolo, insieme ad altri popoli dei dintorni, faceva parte del comunello di Colle alla Pietra.

Filippo: Comunello di Colle alla Pietra?

Meo: Ne avevi mai sentito parlare?

Filippo: No.

Meo: Eh, difatti se ne è persa anche la memoria, purtroppo. Il comunello di Colle alla Pietra era un comune rurale, cioè... come ti posso dire, un’associazione di villaggi, ecco. E il capoluogo, chiamiamolo così, di Colle alla Pietra sai dov’era?

Filippo: A Gavena?

Meo: No: era a Ripoli, dove c’era una pieve, da cui il paese che c’è oggi prende il nome, Pieve a Ripoli. Ma non c’era solo quella: c’era anche un castello.

Filippo: Un castello?

Meo: Un castello, che era di proprietà dei conti Guidi.

Filippo: Ah, quelli di Cerreto.

Meo: Sono in tanti a pensare che i conti Guidi abitassero a Cerreto: in realtà abitavano nel Casentino. Ma da queste parti era tutto sotto il loro dominio.

Filippo: Anche il... comunello? Colle alla Pietra?

Meo: Sì, era tutto sotto la sovranità dei conti Guidi, che la mantennero fino al 1254. Poi Colle alla Pietra passò a Firenze.

Filippo: Ah! Venne conquistato da Firenze?... Ci fu una battaglia?...

Meo: Non esattamente. Ci fu... una vendita.

Filippo: Una... Una vendita? Come sarebbe, i conti Guidi ci vendettero a Firenze?

Meo: Con un atto regolare che esiste ancora oggi. Eh, o Filippo, quando c’è bisogno di soldi...

Filippo: Mi garberebbe sapere quanto ci pagarono.

Meo: 9700 danari pisani, c’è scritto sul contratto. Ma non vendettero solo Colle alla Pietra, eh, vendettero anche parti di Empoli, Vinci, Collegonzi, Petroio, Cerreto, Musignano, Monterappoli...

Filippo: Mah. Mi pare di giocare a Monopoli.

Meo: Intendiamoci, Filippo: fu una vendita di carattere amministrativo. I conti Guidi vendettero a Firenze non i territori veri e propri, ma il dominio che avevano su di essi; e Firenze da parte sua acquisì il diritto di amministrarli, governarli, riscuotere le tasse e così via.

Filippo: Cioè, prima la gente le tasse le pagava ai conti, dopo la vendita cominciò a pagarle a Firenze.

Meo: Esattamente.

Filippo: Sempre tasse erano, però.

Meo: Invece per Colle alla Pietra, e per Gavena, fu un evento importante. Perché è grazie al governo di Firenze che oggi siamo in grado di sapere com’era fatta Gavena.

 

SCENA 7: Detti e il Capitano di Parte

Capitano: (entra da destra, con una pergamena in mano e il necessario per scrivere: il caratteristico “banco portatile” che si usava a quei tempi, col calamaio e la penna d’oca; grida, rivolto all’esterno) Ventidue braccia, va bene!... (annota sulla pergamena) Dunque, qui siamo sempre nel territorio di Colle alla Pietra... e questa è (sbaglia l’accento) Gavèna.

Filippo: No, non Gavèna... Gavena.

Capitano: E io che ho detto?

Filippo: Gavèna.

Capitano: Ragazzo, nel territorio della Lega di Colle alla Pietra c’è Corliano, c’è Santa Maria a Gonfienti, Petriolo, Ripoli... e c’è anche Gavèna. Giusto o no?

Filippo: (vorrebbe rispondere, poi si rivolge a Meo) Che ha detto?

Meo: (al Capitano) E’ giusto, è giusto, lui voleva solo far notare che...

Capitano: (interrompe) E allora se è giusto non mi fate perder tempo, che noi abbiamo da lavorare! Dobbiamo ancora arrivare a Ripoli e poi a Fucecchio, che lì ci hanno detto che ci sono anche i confini da sistemare! E siamo sempre a Gavèna! (riprende a scrivere)

Filippo: (sempre a Meo) Ma ha sbagliato l’accento!

Meo: (a Filippo) Sì, ma i Fiorentini a volte fanno un po’ di confusione...

Filippo: Fiorentini? Ah, lui è di Firenze?

Meo: Lui è un Capitano di Parte Guelfa. I Capitani di Parte erano... come ti posso dire, gli amministratori del territorio. Controllavano le strade, i corsi d’acqua... si preoccupavano se c’erano dei lavori da fare, controllavano lo stato dei ponti, degli argini... E, verso la fine del Cinquecento, furono incaricati di redigere la pianta dettagliata di tutti i possedimenti di Firenze. E nelle loro mappe c’è anche Gavena!

Filippo: Con l’accento sbagliato!

Meo: Beh, tanto per iscritto non si vede mica. I Fiorentini l’hanno un po’ di vizio di confondere gli accenti. Vuoi vedere? (al Capitano) Ehm... E’ tanto che dura questo lavoro?

Capitano: (sempre scrivendo) Eh, ma se Dio vuole, ormai manca poco...

Meo: (cenno d’intesa a Filippo, come per dirgli “stai a sentire ora, eh”; poi al Capitano) O da dove venite?

Capitano: S’è seguito tutto il corso dell’Arno. Fino a l’altro ieri s’era a (sbaglia anche quest’accento) Èmpoli...

Filippo: E ridài. Empoli!... (ride)

Capitano: Sì, sì, Èmpoli... Di là, saranno quattro miglia.

Meo: (a Filippo, sbagliando anche lui ironicamente) Sentito? Da Gavèna a Èmpoli son quattro miglia. Lo sapevi te?

Filippo: (ridendo, fa cenno di no col dito)

Meo: (al Capitano) E ora cosa stavate misurando?

Capitano: La chiesa. La chiesa di... (cerca sulla pergamena) di... di San Bartolo.

Meo: No davvero!

Capitano: Come no? Eppure... (controlla)

Filippo: (ridendo, al pubblico) Oh, ma ne azzeccasse una!...

Meo: La chiesa di Gavena è di San Bartolomeo.

Capitano: San Bartolomeo? Ma... Ne siete sicuro, messere? (continua a guardare)

Meo: Sicurissimo.

Capitano: Siete forse il curato?

Meo: Io? No no.

Capitano: (annota sulla pergamena) Perdonate, ma dalla sicurezza con cui l’avete detto... Sembra quasi che la chiesa di Gavèna sia vostra!

Meo: Eh, ma in un certo senso...

Capitano: (c.s.) Allora... San Bartolomeo, eh?... San Bartolomeo a Gavèna. Ventidue braccia.

Filippo: (a Meo) Ventidue braccia? O che l’hanno da pigliare in collo?

Meo: No, è la misura. Il braccio era l’unità di misura di quei tempi, corrispondeva a circa mezzo metro, più o meno.

Capitano: Bene, allora... Grazie per le informazioni, messere. I miei rispetti. (fa una riverenza)

Meo: A voi e alla città vostra. (fa una riverenza anche lui)

Filippo: (cerca comicamente di imitare gli altri, ottenendo un inchino “alla giapponese”) Arrivederci, arrivederci...

Capitano: (esce a destra)

Filippo: Perché gli abbiamo dovuto fare l’inchino?

Meo: A quei tempi si salutava così, ho fatto per non metterlo in difficoltà.

Filippo: Ma, dimmi una cosa. Che cos’erano tutti quei nomi che ha rammentato all’inizio? Corliano, Ripoli, Petriolo...

Meo: Erano altri popoli membri del comunello di Colle alla Pietra.

Filippo: Sì, più o meno so dove sono. Ma poi ha rammentato anche un nome che non avevo mai sentito dire.

Meo: Santa Maria a Gonfienti?

Filippo: Ecco, preciso... Dov’è?

Meo: (sorride) Santa Maria a Gonfienti, o “in  Conflenti”, è più vicino di quanto tu pensi. E’ l’antico nome di Bassa!

Filippo: Ma senti... Santa Maria a Gonfienti... Però era un bel nome!

Meo: E non esiste più nemmeno quello. Eh, quante belle cose si perdono col tempo!...

Filippo: Ma dimmi della mappa dei Capitani di di Parte, quella con l’accento sbagliato. Che cos’era? Una specie di cartina topografica?

Meo: Eh. Più o meno.

Filippo: E com’era fatta Gavena a quel tempo? Cosa c’è su quella mappa?

Meo: E’ una mappa, come tutte le altre: con le strade, le case...

Filippo: Com’erano le case di Gavena? Quante ce n’era?

Meo: Non tante come ora, poi... Sai, erano tutte casupole...

Filippo: Erano tutti poveri, eh?... (fra sé) Eh, a Gavena, fuorché quei due o tre... (fa il classico gesto col pollice e l’indice tesi, come per dire “poca vela”)

Meo: A quel tempo era normale: non solo i soldi, ma anche le terre e le case erano di poche persone.

Filippo: E quelle di Gavena di chi erano?

 

SCENA 8: Detti e il Principe

Principe: (entra da sinistra, risoluto e impettito, riccamente vestito) Buenas tarde!...

Filippo: (saluta comicamente) Hasta la vista!

Principe: (sorpreso) Donde vas?

Filippo: (vorrebbe rispondere, poi si rivolge a Meo) Che ha detto?

Meo: T’ha chiesto dove vai. In spagnolo “Hasta la vista” vuol dire arrivederci.

Filippo: Ah. (al Principe, cercando di imitare le spagnolo) No no. Io rimangos qui. Questas è casa mias!...

Principe: No es posible. Achì todo es mio.

Filippo: (a Meo, non capendo) Eh?

Meo: (a Filippo) Stai a vedere che questo qui, con tanto tempo che è stato da queste parti, non ha imparato neanche l’italiano!

Filippo: Come Schumacher!

Principe: Jo intiendo y hablo el vuestro idioma! (inizia a parlare in italiano, con un’inflessione spagnola) Io vi comprendo e parlo la vostra lingua! Ma essendo sul mio territorio, sono io che decido in quale lingua esprimermi!

Filippo: Territorio tuo? Che territorio tuo, oh!...

Meo: Buono, Filippo, buono... Principe, vuole avere la bontà di presentarsi?

Principe: Jo sòi Don Antonio de Don Giovanni Ramirez de Montalvo. (resta impalato, impettito)

Filippo: (guarda Meo)

Meo: (a Filippo) E’ lui. E’ il nome suo.

Filippo: Accipicchia! Credevo fosse la formazione del Barcellona!...

Meo: Lui è il capostipite di quella famiglia che possedeva quasi tutta Gavena. Non hai mai sentito parlare della famiglia dei Montalvi?

Filippo: Ah, già! Quelli della villa!...

Meo: Bravo. La villa l’hanno costruita loro, tant’è vero che sulla facciata c’è ancora lo stemma con il loro nome. E lui faceva parte di un’importante famiglia spagnola che venne a Firenze nel Cinquecento al seguito di Eleonora di Toledo, sposa di Cosimo I de’ Medici.

Filippo: Ah. Stavano a Careggi?

Meo: Che Careggi!... I Medici, i signori di Firenze!... La sua famiglia (indica il Principe) aveva un palazzo a Firenze e molti possedimenti da queste parti, fra cui buona parte di Gavena e la villa! Poi, col passare degli anni, vendettero tutto, un po’ a questo un po’ a quello; finché nell’Ottocento non vendettero anche la villa.

Filippo: (al Principe) Sicché era tutto suo? Le case... (indica le case realmente)

Principe: (annuendo, indica anche lui dove ha indicato Filippo) Le case...

Filippo: La villa... (indica la villa puntando col dito la sua reale posizione)

Principe: (annuendo, punta anche lui) La villa...

Filippo: La chiesa no, però. (indica la reale posizione attuale della chiesa)

Principe: (guarda la posizione della chiesa vecchia, poi indica) La chiesa no.

Filippo: Dove guarda? La chiesa è lassù. (indica ancora)

Principe: (altezzoso) Che vai dicendo?

Filippo: Oh, ci son passato a Comunione, eh, lo saprò dov’è! E’ là!... (indica ancora)

Meo: (inizia a ridere, in disparte)

Principe: Mi pare che qui si voglia burlarsi di me. Questa è un’offesa grave. Nessuno può burlarsi di Don Antonio de Don Giovanni Ramirez de Montalvo.

Filippo: (indica la chiesa vecchia) Laggiù c’è il Circolo, non c’è la chiesa!

Principe: Basta! E’ un’onta che non posso tollerare oltre!

Meo: (sempre ridendo, vorrebbe spiegare, ma non ci riesce) Aspetti... Principe...

Principe: Signori, non è stato un piacere fare la vostra conoscenza. Addio!... (a Filippo, imperioso) Hasta la vista!... (esce a destra)

Filippo: (canzonando) Olè!...

Meo: (continua a ridere)

Filippo: (fra sé) Mi sa che lui in chiesa c’è sempre andato poco! Non sa neanche dov’è! O che padrone s’aveva a Gavena, a non sapere neanche dov’è la chiesa?... (si volta verso Meo) Ma perché ridi?

Meo: (smette di ridere, pian piano) Perché... Perché avete ragione tutt’e due.

Filippo: Tutt’e due? O come si fa avere ragione tutt’e due?

Meo: A quei tempi la chiesa non era lassù. Era là. (indica realmente il punto dov’era la chiesa)

Filippo: (guarda stupito) Là?

Meo: Non ci hai mai fatto caso che una parte di quella casa sembra un campanile?

Filippo: (c.s.) Bah, a dire la verità...

Meo: Sai perché sembra un campanile? Perché una volta era un campanile. La prima chiesa era là.

Filippo: Era antica?

Meo: Abbastanza. Se ne parla già in un documento della Diocesi di Lucca, che risale al 1260, dove si cita la chiesa di San Bartolomeo a Gavena. E naturalmente era anche nella mappa dei Capitani di Parte.

Filippo: Quella con...

Meo: (interrompe) Quella con l’accento sbagliato, Filippo, sì. Poi, nella seconda metà del Settecento, venne spostata; e fu costruita lassù.

Filippo: E perché?

Meo: Perché era troppo vicina all’Arno, che era molto più in qua e... non aveva gli argini che ha ora. Sicché, un’alluvione oggi, un’inondazione domani, piano piano decisero di costruirne un’altra in una posizione più sicura.

Filippo: Ma senti... Eh, alluvioni là non ne vengono, vai!...... Ecco perché lo spagnolo s’è arrabbiato tanto!.... E poi?

Meo: E poi... nulla, è rimasta lì.

Filippo: Volevo dire: che altro è successo di importante a Gavena?

Meo: Mah... Non molto, per la verità. Sempre in quegli anni, per la precisione nel 1774, ci fu la riforma dei comuni indetta da Pietro Leopoldo di Lorena, e il comunello di Colle alla Pietra venne sciolto e assorbito da Cerreto Guidi. Così Gavena diventò parte del comune di Cerreto. E poi... beh, non è che poi ci sia tanto altro da raccontare.

Filippo: Ma come! Più nulla?

Meo: (fa un gesto come per dire “Purtroppo”)

Filippo: Ma sono successe così tante cose... La Rivoluzione Industriale, il Risorgimento... Le guerre... Neanche durante la Seconda Guerra Mondiale successe nulla?

Meo: Eh, Filippo mio... Ne sono successe tante, invece, durante l’ultima guerra. Tante e tutte brutte. Chi andò a stare male e... chi andò a stare peggio. (breve pausa) Tutto quello che si può fare oggi è dire una preghiera per quelli che hanno sofferto.

Filippo: (china il capo; altra breve pausa)

Meo: (cambia tono) E poi son venuti i tempi moderni, sei arrivato te e un bel giorno ti sei chiesto “Ma come sarà la storia del mio paese?” E io son venuto ad aiutarti. Ecco qua.

Filippo: Non c’è altro, eh?

Meo: Eh, no. Deluso?

Filippo: Un po’. Che c’entra, sono contento di sapere tutte quelle cose... gli Etruschi, Annibale, i conti Guidi, i Fiorentini... Però... Boh, chissà che mi credevo.

Meo: Senti, Filippo, ti posso dire una cosa? (breve pausa) Io credo che forse dovresti considerare le cose da un altro punto di vista. Vedi, nei paesi come Gavena non si fa la Storia con l’”esse” maiuscola. I paesi come Gavena la Storia non la fanno: la guardano passare. (si avvicina a Filippo) Insieme abbiamo visto tante cose, importanti, certamente... ma la storia di un paese è fatta anche di altro. E’ fatta di... di aneddoti, di personaggi, di situazioni che magari di fronte alla Storia, quella vera, non sono nulla, ma per la gente che ci sta significano molto. E se tu permetti, vorrei provare a farti raccontare qualche cosa. Eh?

Filippo: (non troppo convinto, fa un’espressione come per dire “Mah, proviamo”)

Meo: Se poi ti annoi, basta che lo dica.

Filippo: Va bene. Son tutt’orecchi. Racconta.

Meo: Chi, io? Ah, no davvero!

Filippo: E chi allora?

Meo: (con enfasi) Guarda Filippo: io, da Santo che sono, so fare tante cose. Ma questa, dai retta a me, va fatta fare a gente del mestiere. E in queste cose, nini, le donne non le batte nessuno!...

 

SCENA 9: Detti, la Sorda, l’Anziana e la Burbera

(Le donne entrano da destra, la Sorda e l’Anziana con una sedia in mano. La Burbera si siederà sulla poltrona a destra, sempre un po’ in disparte dagli altri. Meo prenderà la sedia della scrivania e farà sedere Filippo a fianco di essa, sulla sinistra. L’Anziana si siederà vicino a Filippo, avendo cura di lasciare sufficiente spazio per far passare una persona. La Sorda si siderà presso la Burbera; in corrispondenza delle battute “da sorda” dovrà trovarsi sempre lontana da chi sta parlando.)

Meo: Guarda brave, si sono portate anche le seggiole!

Anziana: Sia lodato Gesù Cristo. (si siede)

Meo: Sempre sia lodato.

Sorda: (sempre sulla destra, all’Anziana; parlerà sempre a voce piuttosto alta, ma senza gridare, come i sordi) Era tanto che non l’avevi visto?

Burbera: (alla Sorda) Macché!... Sia lodato Gesù Cristo, ha detto!

Sorda: Ah, sempre, sempre sia lodato!...

Meo: Allora, donne, ve la sentite di dare una mano a questo ragazzo? Lui si chiama Filippo!

Sorda: Inghippo? Che inghippo? O se a me non m’hanno detto nulla!

Burbera: (alla Sorda) Chetati! Filippo!... E’ quel ragazzo lì!

Sorda: Ah. O non siamo venute apposta?

Anziana: Diamine, siamo venute per lui!

Sorda: O via, bambine, giù... Fatemi sentire qualche cosa.

Burbera: Eh, è un lavoro a caso!

Anziana: Però... Io sono venuta volentieri, eh, ci mancherebbe, anzi!... Ma non mi ricordo mica nulla.

Meo: Ma no, l’importante è cominciare... Basta dare il via!

Sorda: Andare via? Diavolo, o se siamo arrivate ora!...

Burbera: Via, via... Cominciamo a raccontare qualcosa, giù!

Anziana: Basta non parlare di cose che fanno paura, eh? Io son paurosa!

Sorda: Mimosa?... Ora? Non è mica la stagione delle mimose! (si alza, prende la sedia e si siederà vicino all’Anziana)

Anziana: No... Paurosa, non mimosa!

Sorda: Ah, paurosa... Te, eh? Hai voglia... Tu sei più paurosa di Pollònio!...

Filippo: Po... Pollònio?

Sorda: (a Filippo, non capendo) Eh?

Filippo: Chi è Pollònio?

Sorda: Chi è Pollònio? Era il cane di Egisto del Mazzei!

Filippo: O che nome è Pollònio?

Sorda: Lo chiamavano così perché gli garbava mangiare i polli. Oddio, mangiava ogni cosa, eh, povera bestia: una volta gli buttarono cinque lire, mangiò anche quelle!

Filippo: E era pauroso?

Sorda: Se era pauroso? Aveva più paura lui... Una volta a Gavena fecero i fuochi, no? E lui, che dici, a sentire tutte quelle botte, chi lo reggeva! E finiti i fuochi, cerca Pollònio, cerca Pollònio, ma Pollònio non si trovava. Alla fine sai dove lo trovarono? Nel bidone della segatura, tutto rannicchiato! Venne fuori tutto sudicio, povera bestia, era in certe condizioni... Aveva paura, come lei!

Anziana: O donne, o allora... Io son così, son paurosa. Non importa mica essere come Pollònio, ce n’è tanti anche fra i cristiani di paurosi.

Burbera: Come il Gigante!

Filippo: Il Gigante?

Anziana: Ecco, uno era lui!

Burbera: (si alza) Anche questo Gigante era uno pauroso. La sera, quando tornava a casa, la faceva tutta a corsa, per paura di incontrare qualcuno. E una volta, una sera che tirava vento, sulla strada di casa vide... vide come un’ombra che si muoveva.

Anziana: Ecco, lo sapevo io che si raccontava storie di paura!

Burbera: Ma che paura, cogliona!... Era un cipresso mosso dal vento (fa azione, vicino alla Sorda, poi si allontana), che andava in qua e in là! E lui sapete che fece? Quando se ne accorse che era il cipresso, dalla paura che aveva preso, gli venne tanta rabbia che s’arrampicò in cima e gli stroncò la punta!

Sorda: Come?...

Burbera: (senza girarsi verso la Sorda) Gli stroncò la punta!

Sorda: Fettunta?... Bah, buona! A averle ora un paio di fette, con un po’ d’olio di quello buono...

Burbera: (si siede)

Anziana: (alla Burbera) Sì, te dici bene! Ma si sente dire certe cose, però, via... Ma te ne ricordi di quello che successe a Guglielmo del Giunti?

Sorda: Con Posalalucia? Eh, io me lo ricordo!

Filippo: Posalalucia? Che è un cane anche questo?

Burbera: Che cane, era il soprannome di Pietrone!

Anziana: (approva) Pietrone, Pietrone, davvero...

Filippo: O chi era?

Sorda: Chi era?... Eh, era un pover’uomo, te lo dico io. Andava per il mondo a chiedere un po’ di pane, e se poi raccattava anche un bicchiere di vino, bah... meglio!...

Filippo: Ma perché aveva un nome così strano?

Sorda: Perché... Lui di solito teneva un sacco, una balla sulle spalle, no, che nessuno sa che ci avesse dentro! E i ragazzi quando lo vedevano passare lo prendevano in giro e gli dicevano che aveva rubato una lùcia e che dalla balla gli spuntava fuori la coda! E...

Filippo: (interrompe) Una... lùcia? O che è?...

Sorda: La lùcia, nini, è... E’ la moglie del lucio!... E... (fa per continuare, poi si interrompe) Lo sai che è il lucio?

Filippo: No.

Burbera: Ohiohi... Il lucio è il tacchino!... E la lùcia è la tacchina!... Oooh!... E quei ragazzacci gli dicevano “posa la lucia, posa la lucia!”, ecco di dov’è venuto il soprannome!

Sorda: E lui s’arrabbiava, eh, e diceva “C’è più matti fòri che dentro! Bada, eh... ’Manicomio’ è scritto di fuori, non è mica scritto di dentro!...” (ride)

Anziana: Quest’uomo una sera chiese al Giunti se gli dava da dormire! E il Giunti gli rispose “hai voglia, tu ti metti a dormire giù nella stalla!” E invece lui sai che fece? Prese e andò in camera del Giunti e di sua moglie, e si sdraiò sotto il letto!... E poi guarda, a me queste cose mi fanno paura... (si sventola)

Burbera: Poera bischera!... (si alza e continua il racconto) E insomma il Giunti e la moglie andarono a dormire con Posalalucia sotto al letto! Poi, dopo un po’, lei si levò... a fare un po’ d’acqua. A quei tempi, sai, non è come ora che nelle case c’è il bagno, allora si teneva il vaso sotto al letto. E questa donna rimise a posto il vaso e vide Posalalucia: allora svegliò il marito e gli disse (sottovoce) “Guglielmo... Guglielmo... C’è uno sotto al letto!”... (in tono normale) Che dici lui!... Cominciò a bociare, e Posalalucia... via dalla finestra! E il Giunti prese il fucile e gli misurò anche un paio di fucilate!... (ride e si siede)

Anziana: Sì, ridi ridi! Io non ci trovo niente da ridere!

Burbera: E sai, che sarà!...

Anziana: Ma te ragioni bene. Hai più coraggio del Mèrre!...

Filippo: Chi?

Anziana: Il Mèrre! Il Mèrre del Mancini!...

Sorda: Il Mèrre del Mancini? Quello che dette dietro ai ladri?

Anziana: Lui, lui!

Sorda: (si alza) Quello, vedi, era uno coraggioso!... Questo Mèrre una volta, di notte, mentre era a letto su in camera, sentì che giù c’era qualcuno che gli voleva rubare le galline. S’affaccia e c’erano i ladri! E lui, anche se era da sé solo, prese, si buttò di sotto dalla finestra e cominciò a urlare!... Ma urlava, eh!... Questi ladri, a vedere questo indemoniato che era arrivato tutt’a un tratto... che dici, via!... Cominciarono a scappare! E il Mèrre, via dietro! E urlava sempre!... E mentre correva e urlava, e quegli altri scappavano, cominciò a chiamare “Mario, dàgli col forcone!... Beppe, pigliali da parte di là!... Giovanni, chiappalo chiappalo!” come se a inseguire fossero in tre o quattro, e invece era lui solo!... (ride, sulla destra)

Anziana: E l’avrei fatto io, sì...

Filippo: (ridendo, a Meo) Ma che son tutte vere queste cose?

Meo: Sono vere sì!

Burbera: (un po’ risentita) Vere?... Diamine che son vere!... Non siamo mica come il Bifero noi!

Filippo: Bifero?

Anziana: Il Bifero era uno conosciuto perché le sparava grosse.

Sorda: Scosse? Che scosse? Che c’è il terremoto?

Anziana: (alla Sorda) No... Grosse, le sparava grosse!... Si diceva del Bifero!

Sorda: Il Bifero?... Ah, quello che si puliva coi pulcini? (torna a sedersi)

Anziana: (ride) Lui, lui...

Filippo: Si puliva coi pulcini?

Anziana: I contadini che avevano il campo da coltivare a grano poi facevano il pagliaio, no? Oggi non si usa più, ma lo sai anche te che cos’è: si piantava in terra un bacchio lungo, lo stile, poi ci si metteva la paglia tutto intorno e si faceva il pagliaio. Chi aveva le chioccia coi pulcini la teneva sotto al pagliaio: ci faceva il posto e la faceva stare lì. Questo Bifero, quando aveva... da andare di corpo, andava dietro al pagliaio; e quando poi si puliva non usava mica la carta igienica: aspettava che gli capitasse un pulcino a tiro e si puliva con quello lì! (ride) E Libera, sua moglie, quando prendeva in mano un pulcino diceva “poverini questi pulcini, chissà dove saranno stati, senti come puzzano!” (ride)

Burbera: Eh, una volta si vedevano tutte queste case di contadino con quei bei pagliai davanti... Ora invece quelle macchinacce tirano fuori quei rotoloni...

Anziana: Anche gli animali non ce li ha mica più nessuno! Prima ce li avevan tutti! (a Filippo) E mica solo galline, sai?

Filippo: Davvero?

Burbera: Hai voglia! C’era chi aveva le mucche...

Anziana: O chi era?

Burbera: Come chi era! Egisto, del Giovannelli!... Eh, era a caso il latte di Egisto!

Sorda: Sia lodato Gesù Cristo?... O non gli s’è detto dianzi!...

Anziana: No, Egisto!... Diceva che era buono il latte di Egisto!

Sorda: Ah. Ma il latte non era mica di Egisto, era delle sue mucche!

Anziana: Sì, insomma...

Sorda: (a Filippo) Lui dava il latte anche al bar a Bassa. La gente ci faceva la fila a quel bar, per prendere il cappuccino col latte delle sue mucche!

Filippo: E poi, che animali c’era?

Anziana: E poi c’erano... Bah, c’erano i maiali! Anche quelli ce li avevano in tanti! Mi ricordo sempre... (ride) di quando gli scappò a... a coso...

Burbera: A Emilio del Gori!

Anziana: Ecco, sì, a Emilo del Gori!

Filippo: Gli scappò il maiale?

Anziana: Sì, ma non rido mica per quello, ogni tanto succedeva che un maiale scappasse. (ride e non riesce a continuare) E’... E’ che lui...

Burbera: (si alza) E’ che lui... Voleva ammazzare quel maiale, no? Ma questo maiale, svelto svelto, gli passò tra le gambe e Emilio s’intese di fermarlo prendendolo per la coda. E questo maiale, che dici te, a sentirsi tirare allora sì che correva! E Emilio cascò in terra e la coda gliela reggeva sempre, e questo maiale andava e se lo tirava dietro! Gli fece fare due giri della casa, (gira in tondo sulla scena, passando dietro alla Sorda e all’Anziana) e Emilio dietro a strasciconi col bucaciri in mano che diceva “porca paglia, mondo cane!”... (sulla destra)

Anziana: (ride)

Sorda: Eh?...

Burbera: (ripete, senza guardare la Sorda) “Porca paglia, mondo cane!”

Sorda: Un po’ di pane?... Diamine, l’ho detto anche dianzi: s’abbrustolisce sul fuoco e si fa una fettuntina. O non sarebbe a caso?

Burbera: (avvicinandosi alla Sorda) Macché... E si diceva di quando scappò il maiale!

Sorda: A chi? A Beppe di Galletto?

Anziana: (ride ancora più forte, annuendo) Già, già... Anche a lui...

Sorda: (all’Anziana) Te lo ricordi? Eh? (ride anche lei)

Burbera: Sì, ma... O donne... Non son cose queste da raccontare... (indica Meo e va a sedersi)

Anziana: (ridendo) O perché?... (gli sovviene, smette di ridere) Ah, già... Eh... Insomma...

Sorda: (pausa) O raccontategliela, no? Che non ve la ricordate più?

Anziana e Burbera: (fanno dei cenni con la testa come per dire che non è il caso)

Sorda: (a Filippo, alzandosi) O guarda queste due, dovrebbero essere più in cervello di me e non se lo ricordano più! Te la racconto io, vai!... Questo Beppe di Galletto stava sotto la Chiesa, no? Però era uno che alla Messa non ci andava mai. Un giorno gli scappò il maiale e corse verso la porta della Chiesa, proprio mentre c’era la Messa. Raimondo Lazzeroni, il babbo di don Ireneo che era lì per suonare le campane, vide il maiale che correva verso la Chiesa e Beppe che gli andava dietro, e gli disse “l’hai visto se lui ci vuole venire alla Messa”? Ma Beppe di Galletto ce la fece a acchiapparlo proprio sugli scalini e gli disse “porca paletta, non ci sono mai andato io, non tu ci hai a andare nemmeno te!”... (ride, guardando Filippo; poi guarda Meo e si rende conto; smette di ridere e si mette una mano sulla bocca) Uh!... Scusi, eh...

Meo: (bonariamente) Ma di che?... Ci mancherebbe!

Sorda: (alle altre donne) Anche voi, me lo potevate dire... (si siede)

Burbera: Sì, tanto che vuoi, non s’è detto!... Non è mica colpa nostra se hai gli orecchi stopposi!..

Anziana: E insomma, a avere gli animali ogni tanto qualcosa succedeva!

Filippo: E poi che altri animali c’erano a Gavena?

Anziana: Eh, c’era... C’era Broccolo che aveva le capre!

Filippo: Broccolo?

Anziana: Broccolo. Era il campanaro della Chiesa, dormiva nel campanile: lui sopra e le sue capre sotto. Quando in paese c’era qualcuno malato gli si dava il latte di capra, perché è più sostanzioso; e lui allora partiva con una capra e andava a casa di chi ne aveva bisogno per dargli il latte.

Filippo: Bravo, però.

Burbera: (si alza) E i ragazzi invece quando lo vedevano passare lo prendevano tutti in giro. Ma lui si vendicava, eh: quando arrivava la domenica e tutti volevano suonare le campane, lui a chi gli pareva le faceva suonare e a quegli altri no. Si metteva lì e faceva: (puntando il dito) “te sì, te no, te sì, te no!”... (si siede)

Anziana: Poi c’erano gli Annibali, che avevano le pecore.

Burbera: Bah, avevano un bel gregge!

Sorda: Legge? Che legge!... (si alza) Gli Annibali non erano mica avvocati, erano pastori!... Io li conoscevo, eh!... Mi ricordo che una volta avevano un montone di quelli ignoranti, che tutte le volte che gli giravano le spalle e si accucciavano, quello partiva e... borda!... Un’incornata!... E dai dai, borda oggi, borda domani, un giorno sai che fecero? Portarono tutto il gregge a pascolare sopra le grotte, e uno si mise sul ciglione e s’accucciò; parte questo montone, piglia la rincorsa, ma quando arrivò lì quello si scansò e... via di sotto!... (ride, sulla destra)

Filippo: Però, ce n’era di animali a Gavena, eh!

Burbera: Ce n’era, ce n’era.

Anziana: C’era anche una scimmia.

Filippo: Una scimmia?...

Burbera: Che scimmia?... O che sei ammattita?...

Anziana: Noo... E dico di quella di Giuliano del Matteoli!

Sorda: Fagioli? Buoni!... Invece di fare la fettunta si potrebbe fare una zuppa lombarda!...

Burbera: Ohiohi... Non fagioli, Matteoli! Quello che aveva la scimmia!

Sorda: (all’Anziana, andando a sedere) Ah, lui... La scimmia? Ma non era mica vero nulla!

Burbera: No che non era vero nulla!

Filippo: Non era vero nulla?

Anziana: Era uno scherzo che questo Giuliano del Matteoli fece a... a chi?

Burbera: A Dario del Ceccatelli.

Anziana: Ah, ecco, sì. Questo Giuliano gli disse a questo Dario che aveva una scimmia, che era incinta e che gli aveva fatto due scimmine; e gli diceva che una gliel’avrebbe portata a lui. E Dario diceva “no no, non voglio scimmie io!” Ma questo Giuliano un giorno prese un gatto, lo mise in una balla e andò da Dario, e gli disse “oh, guarda, t’ho portato la scimmia!” E Dario gli rispose “Noo, che la scimmia che tu l’ha a porta’ che la scimmia che la tu’ moglie!

Filippo: Come disse?

Anziana: Disse “Noo, che la scimmia che tu l’ha a porta’ che la scimmia che la tu’ moglie!” Quando s’innervosiva parlava a questa maniera!... E allora Giuliano aprì il sacco: il gatto, da tanto che era chiuso lì dentro, venne fuori e fece uno spagliolìo che mamma mia!...

Filippo: Questo Giuliano era uno che gli piacevano gli scherzi, eh?

Burbera: Ma non c’era mica solo lui! O Raffaello del Brotini? Anche lui da giovane sai quante n’ha combinate!

Sorda: Fruciate?... No, venvia... Ci vuole un monte a farle, vanno castrate...

Burbera: No, non fruciate!... N’ha combinate!... Si diceva di Raffaello del Brotini!

Sorda: Ah, quello che rimandava indietro i barrocciai?

Filippo: Rimandava indietro i barrocciai?

Burbera: (si slza) Sì sì, proprio a codesto modo. C’erano dei barrocciai che facevano anche dei viaggi lunghi, da Empoli o da Firenze, fino a Pisa, a Livorno... E quelli che facevano sempre gli stessi viaggi a volte per la via s’addormentavano, tanto il cavallo, quand’era abituato, la strada la sapeva da sé. Quando Raffaello vedeva passare da Gavena un barroccio col barrocciaio che pisolava non c’erano discorsi: andava lì, pigliava il cavallo per la cavezza e lo girava per indietro; e il cavallo si ritrovava sulla via del ritorno e ritornava a casa!

Anziana: Comunque, quanto a scherzi, c’era uno a Gavena che non lo batteva nessuno.

Filippo: E chi era?

Anziana: Egisto del Mazzei!

Filippo: Il padrone di... coso... Pollònio? Era uno che faceva tanti scherzi?

Burbera: No, era uno che glieli facevano! Ma tanti, eh... I ragazzi di Gavena, quelli un po’ più birbanti, facevano a gara! Nella sua bottega c’era il ritrovo! (resta a destra)

Sorda: Olio nuovo?... Ooh, bene, via... Ora si fa, eh, una fettuntina...

Anziana: No, e dice di Egisto!

Sorda: Egisto del Giovannelli? Quello delle mucche?

Anziana: No, Egisto del Mazzei!

Sorda: Ah, poer’omo! Quanto lo facevano ammattire!...

Burbera: Gliene facevano di tutti i colori!

Anziana: Mi ricordo di quella volta che andai a fare la spesa e gli chiesi un po’ di paternostri.

Filippo: Che sono?

Anziana: E’ un tipo di pasta. Di pasta da cuocere... la pasta da minestra, inteso?... Non te la fa mai una minestrina la tua mamma?

Filippo: Stasera mi fa gli gnocchi di patate.

Anziana: Bah, buoni... E insomma io ero andata a comprare i paternostri. Ora la pasta si compra a scatole, ma a quei tempi si comprava sfusa, a peso. E Egisto aveva un mobile grande tutto fatto a cassetti dove teneva la pasta: andò al cassetto dei paternostri e l’aprì. Allora, apriti cielo!... Cominciò a sacramentare, a bociare, non finiva più!

Filippo: E che era successo?

Anziana: Quei ragazzacci che stavano sempre nella sua bottega glie l’avevano mescolata tutta! (ride)

Burbera: Perché, quando facevano a sacchettate coi sacchetti della farina gialla?... Aveva voglia lui a bociare, più bociava e più se le davano! Finché poi piano piano qualche sacchetto si rompeva e allora... sortiva il coltello!...

Filippo: Il coltello?

Anziana: No, poer’omo... Mica che gli volesse male, era che quando proprio non ce la faceva più, tirava fuori il coltello e li rincorreva!

Burbera: Sì, diamine!... Era ma che non li chiappava! Perché se no... non lo so!

Anziana: No, via... A volte provava anche a ragionarci, a dir loro di comportarsi bene...

Burbera: Sì, come quella volta dei caldani!... Quei ragazzacci videro i caldani di coccio lì a vendere e cominciarono a domandargli “Egisto, quanto vuoi di questi caldani?” E lui, che dici, se n’ammoscò subito, eh, e gli diceva “Via, ragazzi, non fate i bischeri...” E insomma, e “quante voi” e “state boni”, dai e dai, glieli presero e glieli spaccarono tutti!...

Anziana: Poi glieli pagarono, però...

Burbera: No, e vorrei stare anche a vedere!... Povero Egisto, faceva ma bene a arrabbiarsi...

Anziana: Ma insomma, erano scherzi così, per nulla...

Burbera: Per nulla?... O allora quella volta che i ragazzi si misero a aggeggiare coi pesi della bilancia e gliene lasciarono andare uno sul ditone?

Anziana: Sì, ma lì non lo fecero mica apposta! E poi erano ragazzi...

Burbera: E quando gli tinsero Pollònio? Quelli non erano ragazzi!

Filippo: Pollònio?... Il cane?

Burbera: Bah! Glielo fecero tutte a strisce! (a destra)

Sorda: Si finisce? (si alza per andare via) Bah, peccato, mi divertivo un po’ e via... Via, allora buonanotte, eh...

Burbera: (prende la Sorda e la riporta a sedere) Ma che finito! Ci s’ha da raccontare sempre le meglio!

Sorda: Perché, o di che ragionavi ora?

Burbera: Di quando tinsero Pollònio!

Sorda: (si impermalisce) Eh, quello... Quello fu uno scherzaccio, ecco!...

Anziana: E lo vidi anch’io! In che condizioni era...

Filippo: Pollònio o Egisto?

Anziana: Tutt’e due!... Da una parte c’era questo povero cane tutto verniciato, da quell’altra c’era Egisto... O poerini!... Incavolato a quella maniera non l’avevo visto mai!

Filippo: Ma perché lo tinsero?

Burbera: Perché Egisto era tifoso della Fiorentina, no? E gli presero Pollònio, che era nero, e ci fecero delle strisce bianche: gli venne fuori il cane della Juventus! Te lo immagini lui?

Anziana: Sì, ma insomma... Son sempre cose di pallone, via, o che era il caso d’arrabbiarsi...

Sorda: (si alza, infervorandosi nel discorso) Era sì il caso d’arrabbiarsi!... O perché non si tinsero i suoi di cani con quei coloracci bianchi e neri? La Fiorentina è sempre la Fiorentina!...

Filippo: Era!

Sorda: (al massimo dell’enfasi, da tifosa) Non vuol dire nulla! Si ritornerà quelli che s’era! Alé violaaa!...

Anziana: (cerca di calmare la Sorda) Poerini, s’è fatta la nostra a rammentargli la Fiorentina!

Sorda: (c.s., cantando e gesticolando sull’aria di “All’armi siam fascisti”) Vittorio!... Vittorio!... La senti questa voce?...

Burbera: (interviene a tempo, mettendole una mano sulla bocca)

Sorda: (riesce a terminare lo slogan solo a gesti)

Burbera: Stai calma, sei vecchia!... (la porta a destra)

Sorda: Che vecchia! Pensa per te, pensa!...

Filippo: Maremma... Però il calcio era sentito a Gavena, eh...

Anziana: Mah, a dire la verità... Come ora, ecco: chi tifa per una squadra, chi per un’altra... C’era, e c’è ancora, la squadra del paese, di Gavena: la fondarono nel ‘72. E come squadra non va neanche tanto male.

Filippo: In proporzione... ha vinto più il Gavena della Fiorentina!

Sorda: (a Filippo) Come, nini? (poi torna a sedersi)

Filippo: No, nulla nulla...

Burbera: Comunque, a parte la gente come quella rimbambita lì, non è che il calcio a Gavena fosse così seguito, eh...

Filippo: E... che passioni aveva la gente di Gavena, allora?

Anziana: Bah, nini, un paese di campagna come questo... Con l’Arno così vicino, c’era chi andava a pescare...

Burbera: Eh, a quei tempi l’Arno era l’Arno! Anche il bagno ci si faceva, mica come ora!

Filippo: E pesci ce n’era?

Anziana: Ce n’era, ce n’era! Chiapparli, poi, era un altro discorso. C’era chi li pigliava sempre e chi non li pigliava mai.

Burbera: Come Romano, ve lo ricordate? Oh, lui tornava sempre a casa a bocca asciutta!... Arrivava, buttava le canne, stava lì a mezze giornate a aspettare, ma pesci... nulla! E quando proprio gli entrava il nervoso, pigliava una manata di spiccioli, li buttava nell’acqua e diceva “toh, andatevi a compra’ quello che vi pare!”

Filippo: E a caccia non andava nessuno?

Anziana: A caccia? Hai voglia te!... La passione più diffusa fra i Gavenesi era proprio la caccia!

Burbera: Bah, davvero!... Perché non era mica come ora, eh... Ora è tutto tesserini, divieti, questo no, quello nemmeno. Prima invece bastava avere il porto d’armi e si poteva andare. Ora con tutte quelle cerimonie che bisogna fare, l’hanno fatta diventare quasi una burletta!...

Sorda: Acquetta?... Eh, se ci fosse la berrei volentieri. M’è seccato un po’ la gola, inteso?

Burbera: (sbuffa, alludendo alla Sorda) Che fatica!

Anziana: E si diceva della caccia, che oggi c’è troppi divieti!

Sorda: Ah... Eh, oggi sì. Invece una volta... Mi ricordo sempre di quando passava coso... come si chiamava... Il “Nano”... Orazio, ecco, Orazio del Turini...

Burbera: Già, Orazio... Eh, che signore che era!... Tu lo vedevi sempre vestito bene, la cacciatora, il foulard, il corpetto con l’orologio... Sempre, eh, a Natale e a Ferragosto! (si siede)

Anziana: Sì sì, lui era proprio un signore. E poi distinto, vero, un signore anche nei modi di fare!... Senti che gli successe una volta. Non so come andò, si ritrovò al diurno della stazione di Firenze a farsi la barba. E i barbieri lo videro che era uno di campagna, sicché lo trascurarono un po’, gli fecero passare avanti qualcuno... Poi toccò a lui e fecero la barba anche a lui. Quando pagò fecero per dagli il resto, no? E lui alzò la mano e rispose “un par mio ‘un piglia resti”. Capito?... Li lasciò tutti di stucco!

Filippo: E era un cacciatore?

Sorda: (si alza) Se era un cacciatore? Accipicchia!... Tu lo vedevi passare con un carretto che sopra ci sarà stato quaranta gabbie! Andava a capanno, le sistemava tutte, si metteva lì... Si faceva anche il caffè, aveva il fornellino apposta!... E la moglie gli portava anche il desinare! (sulla destra)

Filippo: Accidenti!

Anziana: Eh, lui era uno che il fucile lo sapeva come si fa a adoprarlo!

Burbera: Mica solo con gli uccellini.

Anziana: No no, che uccellini: quando capitava anche fagiani, lepri...

Burbera: Sì, ma io mi ricordo anche di una volta che, dalla finestra di casa sua... manca poco fa una strage!

Anziana: Dalla finestra di casa sua?... Ma che dici di quella volta... Quella volta che... (comincia a ridere)

Burbera: L’hai visto se tu te lo ricordi anche te?

Sorda: O di che ride?

Burbera: Te ne ricordi te di quella volta che il “Nano” s’affacciò alla finestra col fucile?

Sorda: Ah, ma quella volta... Quella volta di Turino, il suo figliolo?... Che Fedora, la sorella di Turino andò a chiamarlo “Babbo babbo, c’è Turino...”

Burbera: (interrompe schiarendosi la voce, come per far capire che non è il caso di approfondire, guardando Meo)

Sorda: Ah... (capisce) Bah, o come si fa a raccontargliela... (torna a sedersi)

Filippo: (a Meo) Ma che dicono?

Meo: (alle donne) O donne, potete raccontare anche quella, tanto la so di già anch’io!

Anziana: La sa anche lei?

Meo: (alle donne) Diamine! Venni anche a vedere!...

Anziana: Davvero?

Meo: (a Filippo) Filippo, a Gavena ne son successe tante... Ma come questa... Figurati che stavano per pubblicarla anche sulla Domenica del Corriere!

Filippo: Sul giornale?... O che è stato?

Anziana: Allora... gli si può raccontare?

Meo: Diamine!...

Anziana: Ora te la racconto io. (si alza e va al centro)

Burbera: (si alza) No, gliela dico io, che te tutte le cose non te le ricordi!

Anziana: E me la ricordo, invece! C’era Turino del Turini che aveva il barchino...

Burbera: (interrompe) Vedi? Hai bell’e sbagliato!... C’erano i preti che volevano passare di là...

Anziana: (interrompe) Sì, ma bisogna tu gli dica che non c’entravano tutti...

Burbera: (interrompe) Perché avevan fatto tardi, e allora non sapevano come tornare a San Miniato...

Sorda: (si alza e interrompe, risoluta) Bambineee!... Avete assordito anche me che ci sento poco!... (a Filippo) Hai capito nulla te?

Filippo: No.

Sorda: E allora la racconto io, che sono più in cervello di loro.

Anziana e Burbera: (si siedono)

Sorda: (continua) Tu devi sapere che a San Miniato prima c’era il seminario. E un giorno un po’ di pretini che erano là partirono da San Miniato con l’intenzione di fare una camminata.

Anziana: (interrompe) Poi fecero tardi...

Sorda: (interrompe) Silenzio!... Questi preti, che erano in tredici, passarono l’Arno a Marcignana, poi volevano arrivare fino a Fucecchio, tornare di là d’Arno e riandare a San Miniato. Però fecero il conto male e gli si fece tardi per la via. Quando arrivarono a Gavena videro Turino Turini, figliolo di Orazio, che aveva il barchino e gli chiesero se li portava da parte di là. E Turino gli rispose di sì.

Anziana: (interrompe) Lo vedi che non la sai!...

Sorda: E allora raccontala te!...

Anziana: (si alza) Turino vide che erano in tanti e gli disse “io per portare vi ci porto, ma bisogna fare due viaggi, perché siete in tanti”. E gli disse di montare sul barchino. Questi pretini, però, con la furia per la paura di far tardi, presero la rincorsa e montarono tutti!

Burbera: (si alza) No, non montarono tutti! Ne rimase di fuori uno... (alla Sorda) vero?... Che era don Ireneo, che aveva un po’ paura a montare su questo barchino. Quando Turino vide che ormai c’erano quasi tutti, gli disse “ormai che siete montati, si prova a andare, basta che stiate fermi”. E fece per montare anche don Ireneo. Ma lui, sai, timoroso com’era, non è che ci andò proprio deciso, esitò un po’. E allora questo barchino, nini, cominciò a dondolare, a dondolare...

Sorda: Questi pretini cominciarono a rammentare tutti i Santi del Paradiso! (a Meo) Uh, scusi...

Meo: No no, è vero!... Rammentarono anche me, venni a vedere per quello!...

Anziana: E insomma nini questi preti cominciarono a pencolare anche loro, chi di qua, chi di là, chi rammentava un Santo, chi un altro, chi si faceva il segno della Croce... Insomma, per fartela corta, dai dai si rigirò il barchino e... patapunfete!... Andarono a finire tutti nell’acqua!... Tredici preti in Arno, ma ci pensi!... Meno male che non era fondo, se no succedeva una catastrofe!...

Sorda: Tutti questi cosi neri nell’acqua a smanaccare, a bociare... E piano piano poi sortirono: chi sortì da sé, chi l’aiutò Turino...

Burbera: Aspetta! I cappelli!... A quei tempi tutti i preti portavano il cappello, un cappellone nero, largo... E c’era tutta questa frotta di cappelli sull’Arno che andava in là portata dalla corrente... Gli toccò partire a Ernesto del Mainardi per andare a ripigliarli!...

Sorda: Quando furono sortiti tutti fuori, con quei gonnelloni tutti appiccicati addosso sembravan tanti merli senza becco... E poi si trattò di asciugarli, perché era freddo! E sai, se era uno, era un discorso, ma tredici... In dove li porti tredici preti tutti mólli perché s’asciughino? Ci voleva un focarile com’una fornace!...

Anziana: E poi se s’avevano da spogliare... Erano sempre preti, no? E allora Turino pensò di portarli fino in Chiesa! Gli disse “venite con me” e, visto che erano mólli come pulcini, si mise a correre! E loro tutti dietro!... Sicché immaginati te che processione ganza che doveva esser quella!

Burbera: E quando Turino con tutto quel codazzo didietro passò davanti casa, lo vide Fedora, la sua sorella. Lei non lo sapeva mica quello che era successo, sicché chiamò il suo babbo e gli disse “babbo, corri, c’è Turino che scappa con un monte di preti che gli danno dietro!” Che dici Orazio: imbracciò il fucile e andò alla finestra!...

Sorda: Meno male Turino ce la fece a spiegarsi, se no Orazio ne impallinava qualcuno!... (si siede)

Anziana: E poi Turino ce la fece a portarli tutti in Chiesa e lì li riscaldarono, gli dettero delle coperte... (si siede)

Burbera: E insomma, di come poteva andare andò anche troppo bene!... (si siede)

Filippo: Questa storia è la più bellina di tutte!

Meo: E lo so, lo so. E io dicevo “ma che non la raccontano mai?”

Anziana: Sa, e bisognava che ci venisse a mente...

Filippo: A proposito... (si alza, porta la sedia alla scrivania e vi si siede)

Meo: Che c’è? (si alza e si avvicina alla scrivania, frapponendosi fra Filippo e le donne)

Filippo: (si mette a prendere appunti) Io tutte queste cose bisogna che me le scriva, perché se no... Chi se le ricorda tutte...

Meo: (tergiversa, si rivolge alle donne e fa loro segno di andarsene) Ah, te le... Te le vuoi scrivere?

Anziana, Sorda e Burbera: (silenziosamente, riuniscono le loro cose e si avviano per uscire da dov’erano entrate)

Filippo: (c.s., a capo chino) Me le voglio scrivere sì... Se no poi come fo...

Anziana, Sorda e Burbera: (sulla porta in questo ordine, sottovoce a Meo) Arrivederci!...

Meo: (sottovoce, si volta verso di loro) Arrivederci!... Grazie di tutto!...

Sorda: (si sofferma, sottovoce alla Burbera) Ma, gira gira, quella fettuntina poi non s’è mica mangiata...

Burbera: (la spinge fuori) Chetati, venvia... La fettunta a quest’ora... (escono a destra)

 

SCENA 10: Filippo e Meo

Meo: Comunque, Filippo, io non perderei tanto tempo a scriverle.

Filippo: (senza levare il capo) Perché?

Meo: Perché queste cose... sì, magari stanno bene anche su un foglio di carta, non dico di no... Ma il loro posto non è quello. Il loro posto è qui (si tocca il cuore, poi mette la sua mano sulla testa di Filippo; durante il resto della battuta gliela abbasserà piano piano sul tavolo, addormentandolo). E io che ti conosco, caro Filippo, ti posso dire fin da ora che te di metterle per iscritto non ne hai proprio nessun bisogno. Perché tu hai un cuore grande. Quello stesso cuore che ti ha spinto a farci venire tutti qui a raccontarti quello che è stato del tuo paese. Non ti dimenticare mai di quello che hai sentito stasera, Filippo. Perché quello che ora sei dipende anche da tutte queste cose che ti hanno raccontato. E quello che Gavena sarà, invece, dipenderà da te e da tutte le persone che gli vogliono bene come te. (si allontana, mentre Filippo ormai dorme) Ciao Filippo. E’ stato un piacere averti conosciuto. (si avvia per uscire da dove era entrato; al pubblico) Però, mi son proprio divertito! (salutando) Ci si vede quest’altr’anno, eh, pace e bene!... (esce a destra)

 

SCENA 11: Filippo e la madre

Mamma: (entra da sinistra e vede Filippo che dorme) O non lo sapevo... S’è addormentato!... Filippo. Filippo!... (si avvicina e lo scuote) Filippo!

Filippo: (si sveglia e vede la madre) Eh?... Bah, o che eri te?... O dov’eri fino a ora?... C’è qui... (cerca gli altri, ma non c’è nessuno e resta spaesato; si alza) O dove sono tutti?

Mamma: Ma... tutti chi?

Filippo: Sono andati via... San Bartolomeo, quelle donne...

Mamma: Chi è andato via?

Filippo: Mamma, che peccato che non c’eri anche te!... Mi son divertito un monte!...

Mamma: Sìii... Lo sai che hai fatto te? Tu hai pisolato, ecco che cos’hai fatto!... E ora? Ora se domani t’interrogano che gli racconti?

Filippo: Domani?

Mamma: Domani, sì, se la professoressa ti chiede della storia del tuo paese, te lì, davanti a tutti i tuoi compagni che di Gavena non sanno nulla, che cosa gli racconti? Eh?

Filippo: Gli dico.... Gli dico che...

 

SCENA 12: Tutti i personaggi

(Filippo, sul proscenio al centro, inizierà a declamare la poesia, lentamente entreranno tutti gli altri personaggi, un po’ da destra un po’ da sinistra - non importa da che parte erano usciti -, si schiereranno sul proscenio e, al loro turno, declameranno i loro versi. All’ultimo verso tutti i personaggi saranno schierati e Filippo si troverà al centro. Tutti i personaggi tranne Filippo si daranno le mani e l’ultima parola - “Gavena” - deve essere pronunciata in coro mentre si levano le mani intrecciate al cielo; anche Filippo leverà le mani al cielo, ma per conto suo.

 

Filippo:

C’è tra l’Arno e le colline

un paese lungo e fine,

un paese che si passa

dalla Pieve andando a Bassa.

 

Non si sa quand’è ch’è nato

non si sa chi l’ha fondato

se l’Etrusco, se il Romano,

o altra gente qui del piano.

 

Sorda:

Non si sa com’è cresciuto,

né la storia ch’esso ha avuto:

solo qualche cosa a stento

fino al Millecinquecento,

 

ma notizie, mappe e date

sempre poche son restate.

Qui la vita, brutta o bella

è rimasta sempre quella.

 

Meo:

Il paese era piccino

poverello e contadino,

di importante o di evidente

qui non c’è successo niente.

 

Non sconfitte, non vittorie,

non leggende o altre storie;

né artisti oppur scienziati

sembran esser mai qui nati.

 

Etrusco:

Nessun’arte né mestiere

qui si fece mai valere;

mura, torri e monumenti

eran spese troppo ingenti.

 

Del paese nella storia

non c’è proprio mai memoria:

qui la storia, a quanto pare,

s’è guardata sol passare.

 

Mamma:

“Sì, ma allora” voi direte

“cos’è tutta questa sete

di sapere così ardente?

Da sapere non c’è niente!”

 

Ed è qui che vi sbagliate

perché altre e più marcate

son le cose che qui stanno

che maggior valore hanno.

 

Anziana:

L’amicizia, l’allegria,

la lealtà, la cortesia,

la bontà di questa gente

sempre gaia e sorridente

 

che t’accoglie a braccia aperte

si diverte e ti diverte!

Dalla Chiesa giù alla piazza

la tristezza non fa razza:

 

se la lasciano alle spalle

dalla fattoria alla valle,

poi giù giù fino alle scuole

sembra splenda sempre il sole.

 

Burbera:

E anche al pozzo ed alla draga

l’occhio tuo lieto si appaga

nel veder queste persone

sempre allegre e buontempone.

 

Siamo noi che qui siam nati

e qui grandi diventati

che sappiamo che vuol dire

aver solo cento lire

 

e sentirsi milionari,

ma che dico, miliardari

in quest’angolo di mondo

amenissimo e giocondo.

 

Romano:

Disgraziati cittadini

fra palazzi e condomini

fra recinti ed inferriate

quanta pena che ci fate!

 

Quando aprite la finestra

a mancina e anche a destra

sol cemento voi vedete

sfido poi che tristi siete!

 

Capitano:

Affacciatevi ai balconi

delle nostre abitazioni:

quello è ciò che si chiama

veramente un panorama,

 

con lo sguardo che si perde

non nel grigio, ma nel verde

d’orti e campi, viti e ulivi:

come non esser giulivi?

 

Principe:

Quello che sapete fare

è soltanto transitare

sulla strada provinciale

poi del resto non vi cale.

 

Se guardaste anche per poco

com’è bello questo loco

voi andreste un po’ più lenti

e ci fareste più contenti!

 

Annibale:

Capireste qual tesoro

non d’argento e nemmen d’oro

si nasconde qui per voi:

quel tesoro siamo noi!

 

Filippo:

Questo è il grande valore

quello che porto nel cuore

sì prezioso e rinomato

che mi fa ricco sfondato:

 

è l’amor per la mia terra

quell’amore che t’afferra

che ti stringe e non ti molla,

che non scema e che non crolla.

 

E per questo, ogni mattina,

una breve preghierina

mando a Dio, l’Onnipotente,

ché gli son riconoscente:

 

“Ti ringrazio, mio Signore,

che m’hai dato quest’onore!

Io lo grido a voce piena:

son felice, sto a Gavena!...”

 

FINE

 


by Massimo Valori 2013