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I RACCONTI SERI

 

 


(per ora ce n’è uno solo…)

 

PRESEPIO ANIMATO MECCANICO

Che avranno poi di accattivante queste etichette dell’acqua minerale, per farsi leggere da tutti...

Oddio, il locale ha poco d’interessante. Una pizzeria con i posti a sedere all’americana, tipo carrozza del treno; ma un po’ retrò, col perlinato alle pareti che il tempo ha imbrunito, e specchi della Coca Cola appesi dappertutto, e un’accozzaglia colorata di cartoline illustrate sopra alla cassa. Uno di quei locali che in due minuti lo guardi tutto, senza trovarci niente che possa attirare l’attenzione. Anche l’alberino di Natale striminzito in un angolo si adegua alla situazione, così come la scritta “Buone feste” sul vetro, fatta con una bomboletta a spruzzo, bianca. Tutto insignificante.

Nemmeno gente c’è, è presto per pranzare, i tavoli sono tutti vuoti. Mi rendo conto di essere assolutamente solo, la signora che ha preso l’ordinazione non è più dietro al banco, mio padre è andato in bagno.

C’è anche un inaspettato silenzio. La tv è spenta, magari dopo gli chiedo di accenderla, forse anche mio padre vorrà vedere un telegiornale. Agli angoli dei muri ci sono degli altoparlanti, ma sono muti, nessuna radio, nessun CD in sottofondo. Arriva solo quel poco di rumore della città, da fuori, un mormorio ovattato e nulla più.

In situazioni del genere che si fa? Si apre una bustina di grissini, si sgranocchia e si legge l’etichetta dell’acqua minerale.

Sono seduto vicino alla vetrata, e da parte di là, nella strada, di cose ce ne sarebbero anche, da guardare: c’è ancora la neve, e il cielo nuvoloso fa risaltare anche a quest’ora del giorno le luci colorate e le decorazioni che infestano strade e case nell’attesa del Natale.

Ma io guardo l’etichetta dell’acqua minerale.

Vedo ripassare mio padre in fondo alla sala, qualcuno deve avergli detto dov’è il bagno. Mi sorride, i sorrisi di mio padre sono rari. Lo vedo di spalle, sparisce dentro un corridoio.

Ed eccomi ancora sull’etichetta. Dov’è… Tanto tutti quello cerchiamo, eccolo lì. Lo stronzio. Ma vai a sapere chi glielo affibbiò quel nome, tutte le volte penso che voglio informarmi, che manco so di che si tratta. Poi succede sempre come nella canzone di Elio e le Storie Tese: “leggo la targhetta sopra l’ascensore, qual è la capienza, quanti chili porta, poi si apre la porta e non lo so già più…”. Difatti. Poso la bottiglia e già non so più né quanto stronzio c’era, né quant’era il residuo fisso, e se non ci guardo un’altra volta non saprò nemmeno di che marca è, quell’acqua minerale.

Eppure l’attrazione verso quell’etichetta è stata irresistibile. Più ancora di quella del “Presepio animato meccanico” descritto nei volantini di carta patinata lasciati su tutti i tavoli, con tanto di fotografia e angioletti. “Presepio”. Ma si dice presepio o presepe?

Fuori passa un camion di Bartolini. Quanti sono ‘sti camion di Bartolini? Basta che giri mezz’ora in macchina e ne incroci uno, incredibile. Fanno uno strano effetto di questi tempi, col loro rosso e le gomme catenate sulla neve ancora candida. Lo stesso accostamento di colore di Babbo Natale, rosso e bianco.

Fu lui, mio padre, a dirmi che non esisteva. Mi fece sentire uno stupido. Ma non ne aveva l’intenzione, usò tutte le precauzioni del mondo, cercò di essere meno traumatico possibile, la prese così larga che quando iniziò a dirmelo non avevo la minima idea di dove volesse andare a parare. Tuttavia, quando mi ebbe spiattellato tutta la verità, non potei fare a meno di sentirmi uno stupido. Ma come, scrivo lettere, aspetto, mi sveglio la notte del 24 e resto fermo immobile a letto per paura che quel pancione vestito di rosso con la barba bianca mi senta e se ne vada senza lasciarmi nulla… Tutto per niente. Non esiste, Babbo Natale.

Tutte quelle luci fuori servono solo per quelli che ci credono ancora, per quelli che sentono suonare le campanelle della slitta, come in Polar Express. Era stato l’argomento della mattinata. Babbo, dài, il Natale oggi è solo consumismo, e basta; e lui no, duro. Come se volesse farsi perdonare per quell’amara verità confessatami tanti anni fa. Ci ha provato in tutti i modi.

Doveva essere una delle solite visite mordi e fuggi, l’avevo chiamato ieri: domattina passo di lì, vengo a trovarti, già così ti faccio anche gli auguri, sì, risparmio una telefonata. Poi stamattina la scarica delle chiamate, l’agenda sullo smartphone che via via si liberava, impegni tutti annullati, mattinata libera.

- Potresti mica accompagnarmi in centro, allora? Almeno lascio la mia macchina in garage.

Ma sì, hai visto mai che se no con questa neve ghiacciata scivola da qualche parte e si fa male. Mica che sia decrepito, anzi; ma insomma, ormai anche lui, a sessantasei… Sessantasei o sessantasette?

Insomma, ho deciso di accompagnarlo. Mercatino di Natale, e vai. Una volta mica esistevano da noi, ora ce n’è uno in tutte le città. Tutti uguali, sono, tutti con gli stessi articoli in vendita. Paraorecchie, palline di Natale, salumi, ciabatte pelose, bigiotteria, cioccolata, vin brulé, candele profumate, birre artigianali, sciarpe, strudel di mele, cappelli di lana, hot dog… Tutto un alternarsi delle solite cose. Strano che lui non abbia preso il vin brulé, quando me l’ha offerto pensavo che mi facesse compagnia. Ha perso un’occasione, una bevuta insieme avremmo potuto farla. Ci sono rimasto un po’ male. Ma non gliel’ho detto, che glielo dico a fare.

Speravo che con quell’incedere lento fra la calca e gli stand il giro fosse finito. No, non ancora, c’era da andare in centro, nel corso. Ce lo siamo fatto tutto, il corso, due vasche.

- Ma cosa devi comprare ancora?

- Niente.

- Niente? Come niente? E che ci facciamo qui?

- Per guardare. Non è bello qui, con gli addobbi natalizi?

Sorrideva, ma non era un sorriso di scherno. Era proprio contento, poche altre volte l’avevo visto così contento. Mi ha incuriosito. Ho cercato di capire cos’era che lo metteva tanto di buonumore, ho cominciato a fare come lui, naso per aria e sosta ad ogni vetrina addobbata.

Bello era bello. Oddio, certe cose erano un po’ ridicole, eh. Tipo quei Babbi Natale appesi da tutte le parti, che finché uno li sistema perbene sono anche carini. Ma alcuni sembrano proprio stesi ad asciugare, messi proprio perché ormai ce l’ho e lo metto, tanto basta che si veda, che vuoi che sia. Ce n’era uno che sembrava quasi che l’avessero crocifisso.

E poi sono passati di moda. Ecco, le mode. Mica c’entravano le mode una volta, col Natale. Natale era Natale, si facevano tutte le cose come l’anno prima, facevi l’albero e decoravi la casa con quel che avevi da dieci, vent’anni, e andava bene. Ora no, ora ogni anno viene fuori qualcosa di nuovo, le luci coi led, gli alberi con le fibre ottiche, i Babbi Natale che si gonfiano, si appendono, ballano, cantano, ti fanno gli auguri quando gli passi davanti…

Non venitemi a dire che il Natale non è consumismo.

E poi, accidenti, si parla tanto di risparmio energetico… Quanti kilowatt starà consumando il Comune per tutte queste luci accese anche di giorno? E per tutte le luci in tutte le case, in tutta Italia, quanti soldi si sprecano? No, bello, ci mancherebbe. Però se ci facessero spendere quei soldi per una tassa vattelappesca si farebbe subito sciopero. Per le luci di Natale invece va bene. Perché? Perché sono belle, perché fanno Natale. Senza contare quanto si spende in alberi, palline, lucine, statuine…

- Sei sempre il solito. Fosse per te il Natale sarebbe una bella mangiata e basta.

Già: e se mettiamo in conto i vari pandori, panettoni, torroni, zamponi, polpettoni, cenoni… Ma quanto ci costa ‘sto carrozzone del Natale?

Mio padre mi ha guardato di traverso:

- E allora chiuditi in casa, chiuditi, e aspetta che sia passato.

- No no, che c’entra, piace anche a me. Facevo solo qualche riflessione.

- Il Natale è ancora una delle poche cose dove c’entra il cuore. Il cuore non ha niente a che vedere con le riflessioni, quelle si fanno con la testa.

Ma sì, pover’uomo, che gli rispondevo a fare. L’ho lasciato cullarsi nella sua atmosfera natalizia. Non è mica malato, non è una cosa che succede solo a lui, il sentimento del Natale è ancora capace di incantare grandi e piccini. Uno che ha di che dire come me ingaggerebbe un assalto contro i mulini a vento. Magari mi darebbero anche ragione; ma all’atto pratico, poi, le cose andrebbero come sempre. Aspettando che al posto dei Babbi Natale la moda imponga qualcos’altro da appendere fuor di finestra.

Scruto la strada fuori dalla pizzeria, per quanto possibile. Almeno, da qui Babbi Natale crocifissi non se ne vedono. Meno male.

- Eri preoccupato?

Nemmeno mi sono accorto che mio padre stava tornando al tavolo.

- Preoccupato? No, perché?

- Ci ho messo un po’.

- No, ero qui che… Pensavo.

- A che?

- A quando mi dicesti che Babbo Natale non esisteva.

- Non è mica vero.

- Non è vero che cosa?

- Che non esiste.

Sorrido. Non capisco, come tanti anni fa. Non so dove voglia andare a parare.

- Quando si arriva alla mia età si rimettono in discussione tante cose. Hai visto quanto tempo ci ho messo, in bagno. Magari è una cosa normale, che ne so. Però pensavo di andare dal dottore, ultimamente sta diventando una seccatura.

- Ma se sei il ritratto della salute!

- È anche per quello che non ho bevuto il vin brulé, prima.

- Te l’ha vietato il dottore?

- No no, sono io che… L’alcool di mattina mi fa bruciare lo stomaco.

- Potevi anche dirmelo.

Ecco. Ho appena perso un’occasione per stare zitto. Gli leggo negli occhi quello che sta per dire, mi sono ficcato in trappola da solo. “E tu potevi chiedermelo”; eh, fa bene a dirlo, ha ragione, lo direi anch’io. Non mi sorprenderebbe se lo dicesse.

Invece mi sorprende, perché non lo dice.

- Passa il tempo, caro mio, per me, come per te, come per tutti. E ci sono cose che… Insomma, riacquistano valore. Dev’essere un po’ come dicono, si ritorna bambini.

- E… Che fai, ricominci a scrivere a Babbo Natale?

Ancora quel sorriso. Lieto, ecco, adesso m’è venuta la parola. Un sorriso lieto. Mi fa strano vederlo sul suo viso. Abbassa gli occhi, si versa l’acqua minerale.

- Avevo chiesto a Babbo Natale di passare una giornata con te. Vedi? Mi sta accontentando.

Beve. I suoi occhi brillano, sono lieti anche loro. Sembra un bambino, mi sento quasi più padre io di lui. Mi guarda, si accorge degli occhi lucidi:

- Però, com’è frizzante quest’acqua…

Stavo per dire qualcosa tipo “sì, quand’è fresca il gas lo trattiene di più”, ma mi sembra che stoni. Non voglio dirgli una baggianata, non voglio che pensi che ci sono cascato. Preferisco che legga sul mio viso che l’ho visto che erano lacrime di commozione.

Non gli dico niente, lo guardo e basta. Non siamo imbarazzati, siamo… Così, in standby. Padre e figlio si guardano, e allora? Perché? Che ne so. È bello ogni tanto fare qualcosa senza domandarsi perché.

- Vi accendo la tv?

No, non vogliamo la tv accesa. Che cosa vogliamo? Mangiare, certo, abbiamo fame. E poi?

Mio padre l’ha chiesto a Babbo Natale, cosa vuole. Voleva passare una giornata con me. E io, cosa voglio io?

Spengo lo smartphone, lo eclisso in una delle tasche del giaccone. Prendo il depliant del “Presepio animato meccanico” e lo infilo in tasca.

- Babbo, dopo mi accompagni in un posto.

- Dopo? Ma non dovevi andare via?

- Se vado via Babbo Natale ti fa solo metà regalo. Poi va a finire che non ci credi più nemmeno te.

Forse è un lieto sorriso anche quello che sento allargarsi sul mio viso. Basta, basta domande. Non voglio chiedermi più niente. Bevo anch’io.

- Lo sai che hai ragione? È proprio frizzante, quest’acqua.

Mi guarda, sorride. Non c'è cascato nemmeno lui.

- Già, già. Buon Natale, figliolo.

- Buon Natale anche a te.


by Massimo Valori 2013